Riformismo Costituzionale

La crescita e le riforme: non fermiamoci in mezzo al guado

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I dati pubblicati dall’Istat pochi giorni fa rilevano per il 2017 un aumento della produttività dell’economia italiana pari allo 0,9%, il più elevato degli ultimi sette anni.(1) Un segnale importante, perché la produttività è una componente fondamentale della crescita economica; in sostanza, indica un utilizzo più efficiente dei fattori di produzione (lavoro e capitale) derivante dalla riallocazione delle risorse verso settori e attività ad elevato sviluppo, dallo sfruttamento ottimale delle economie di scala e dall’innovazione.

Ma una rondine non fa primavera…

La ripresa della  produttività italiana nel 2017, in realtà, va inserita in un quadro ultradecennale di declino, la conseguenza tangibile delle difficoltà incontrate dal nostro Paese nell’affrontare i grandi cambiamenti del contesto esterno avvenuti sul finire del secolo scorso e superare le antiche debolezze strutturali.

Non possiamo dimenticare insomma quanto sia ancora difficile la situazione dell’economia e profondo il disagio sociale che ne consegue.

L’Italia, infatti, dopo la spettacolare rincorsa verso più elevati livelli di reddito e benessere  messa in atto tra il secondo dopoguerra e i primi anni ’90, da circa un quarto di secolo è il paese che registra i tassi di crescita del Pil più bassi fra i paesi sviluppati.

Fatto 100 il 1995, nel 2017 il Pil pro capite dell’Italia risulta pari a 106, in sostanza fermo da 25 anni. Tutti gli altri paesi dell’Ocse hanno compiuto progressi, l’Eurozona, escludendo l’Italia, è a quota 135.

(2) In particolare, la produttività del lavoro, calcolata come valore aggiunto per ora lavorata, aumenta dello 0,7% e la produttività del capitale dell’1,4%.  Il recupero più forte riguarda la produttività del lavoro, negativa nel 2016.

Grafico 1

Fonte: estratto da G. Galli, L’Italia della decrescita infelice e la politica ignara: due grafici che spiegano tutto, aprile 2018.

Da un punto di vista dinamico, seguendo l’andamento del Pil pro capite fra il 1995 e il 2017, si osserva che l’Italia: 1) cresceva meno degli altri paesi dell’Eurozona prima della crisi mondiale del 2008-2009; 2) dopo la crisi ha subito una recessione più lunga e forte, tale che a tutt’oggi non sono stati ancora recuperati i livelli pre-crisi (nel 2017 il Pil pro capite è inferiore dell’8,6% rispetto a quello del 2007); 3) pur tornando a crescere negli ultimi tre anni, si mostra meno dinamica degli altri paesi europei nonostante il rafforzamento messo a segno nel 2017.(3)

Grafico 2

Fonte: estratto da G. Galli, L’Italia della decrescita infelice e la politica ignara: due grafici che spiegano tutto, aprile 2018.

La sconfortante performance della crescita è attribuibile, come si è accennato in precedenza, a molteplici fattori connessi sia ai grandi mutamenti del contesto esterno che alle caratteristiche del nostro sistema paese.

A partire dagli anni Novanta del secolo scorso, tre nuovi elementi sono entrati in gioco: la globalizzazione che ha accentuato la competizione internazionale; le nuove tecnologie informatiche che hanno sconvolto il sistema produttivo e degli scambi; l’entrata in vigore dell’euro che ha reso meno duttile la politica economica degli Stati.

In tale mutato quadro, alcuni fattori che in passato avevano sostenuto la crescita italiana con il passaggio del millennio si sono progressivamente indeboliti e/o sono totalmente venuti meno: il modello industriale, formato da imprese medio-piccole a non elevata tecnologia, è risultato sempre più soggetto alla concorrenza dei nuovi competitors globali; il peso ragionevole del debito in rapporto al Pil, che permetteva una certa manovrabilità dei conti pubblici, è divenuto eccessivo, trasformandosi in un vero e proprio vincolo alle politiche economiche; il tasso di cambio della lira costantemente sottovalutato per recuperare competitività alle esportazioni è stato sostituito dalla severa gestione Bce dell’euro.

Parallelamente all’indebolimento di quelli che erano i punti di forza del nostro sviluppo, si sono trasformate in straordinari ostacoli alla crescita quelle carenze strutturali della nostra economia che invece dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta non avevano impedito all’Italia di convergere verso i paesi più sviluppati: l’insufficiente dotazione di infrastrutture; la bassa qualità del capitale umano; la scarsa liberalizzazione dei mercati; l’inefficienza della giustizia civile e in generale della Pubblica Amministrazione; gli squilibri territoriali Nord-Sud; il basso tasso di occupazione femminile.

Tali carenze, non sufficientemente aggredite dalle riforme varate nel corso dei decenni, con l’eccezione forse degli anni Novanta, e l’incapacità del sistema economico e sociale di adattarsi ai cambiamenti esterni (al contrario di quanto accaduto negli anni d’oro del nostro sviluppo) hanno determinato la progressiva caduta della produttività.

Concretamente, perché la produttività non aumenta? Le ragioni sono tante ed intrecciate: vanno dai comportamenti sociali e culturali dei cittadini, radicati nelle tradizioni, dalle loro aspettative e scelte al funzionamento delle istituzioni, centrali e locali. Così, la scarsa efficienza della giustizia, la bassa qualità dell’istruzione, i forti divari territoriali nelle prestazioni sanitarie e nei trasporti, la eccessiva segmentazione del mercato del lavoro tra lavoratori superprotetti e lavoratori precarizzati, gli eccessi di intermediazione, i troppi livelli decisionali che spesso entrano in conflitto determinando la paralisi dell’azione, i privilegi di alcune categorie che si oppongono a qualsiasi affievolimento delle proprie posizioni di rendita, la burocrazia soffocante e non efficace…

Insomma, il prevalere degli interessi particolari, in assenza di una appropriata e lungimirante guida da parte della classe politica e dirigente, ha fatto perdere di vista il bene comune, ovvero la crescita economica e lo sviluppo sociale del Paese. 

Infatti, alla bassa crescita in atto, come si è visto, da circa 25 anni ha fatto seguito il progressivo peggioramento della situazione complessiva 

dell’Italia, acuito dall’impatto tremendo della crisi mondiale: l’ascensore sociale si è bloccato, l’incidenza della povertà e della disoccupazione è aumentata, la protezione dei lavoratori colpiti dagli effetti negativi della globalizzazione è risultata  insufficiente e i divari si sono allargati.

Il nuovo percorso riformatore avviato dal 2014 ha sicuramente contribuito alla recente ripresa congiunturale dell’economia. Tuttavia, è innegabile che le riforme varate non siano finora riuscite a incidere sui nodi di fondo, in parte perché non abbastanza efficaci, in parte perché l’attuazione pratica è sovente resa complicata dal mancato adeguamento dell’amministrazione ai nuovi compiti attribuiti, in parte perché i loro effetti si esplicano soprattutto nel medio-lungo termine. Così, molti italiani le hanno osteggiate, vedendone e/o subendone solo i costi economici e sociali immediati a fronte di risultati ancora insoddisfacenti in termini di aumento del reddito, dell’occupazione e della qualità del lavoro.

Il problema è che tornare indietro sul cammino delle riforme non servirà a sostenere più adeguatamente le sfide derivanti dalla globalizzazione e dall’innovazione tecnologica.

L’alternativa è chiudersi al mondo esterno o andare avanti con le riforme.

La prima strada, che implica direttamente o indirettamente una politica economica più autonoma dalle regole europee, non farebbe che peggiorare la situazione economica e finanziaria, determinando la rinuncia (totale o parziale) alla garanzia implicita che l’appartenenza all’area dell’euro offre ai paesi membri e destando così le inquietudini dei mercati nei confronti del sistema italiano e della credibilità delle istituzioni. Ne abbiamo già visto gli effetti devastanti nel 2011, con lo spread salito a 570 punti. Non dimentichiamo inoltre che dal prossimo anno verrà a mancare, o comunque sarà molto ridotto, l’apporto alla sostenibilità del nostro debito proveniente dalla politica monetaria straordinariamente espansiva praticata a lungo dalla Bce di Mario Draghi (Quantative easing).

La seconda strada, che comporta la prosecuzione del percorso di riforma e sottintende una visione ampia e di lungo periodo dei fattori propulsivi dello sviluppo, avrebbe il merito di affrontare “il toro per le corna”: se non risolviamo alla radice la questione della bassa crescita sarà difficile risolvere i problemi sociali dell’Italia (povertà, disoccupazione giovanile, squilibri territoriali e di genere…). Alle riforme tuttavia si 

dovrebbero accompagnare interventi più incisivi di protezione delle fasce deboli della società e appropriate politiche che ne stemperino gli effetti negativi più dirompenti aumentandone la sostenibilità sociale, anche attraverso una campagna di comunicazione che renda più consapevoli e partecipi i cittadini rispetto agli obiettivi finali che si vogliono conseguire.

Le prospettive internazionali ed europee per il 2018 e per gli anni immediatamente successivi indicano un rallentamento della crescita globale, le svolte di politica monetaria sono per un rialzo dei tassi d’interesse, il quadro geopolitico è molto complicato, l’Unione europea attraversa una fase di difficoltà, tra le esigenze di rinnovamento e le tensioni fra gli Stati.

Mai, da lungo tempo, forse dalle scelte decisive compiute nel secondo dopoguerra, la responsabilità a cui sono chiamate le classi politiche e dirigenti  di indicare e perseguire la strada giusta per il nostro Paese è stata così grande.


(1) In particolare, la produttività del lavoro, calcolata come valore aggiunto per ora lavorata, aumenta dello 0,7% e la produttività del capitale dell’1,4%.  Il recupero più forte riguarda la produttività del lavoro, negativa nel 2016.

(2)Cfr. L. Codogno, G. Galli: Il motore imballato dell’economia italiana, Il Sole 24ore, 31 marzo 2018.

(3)Cfr. Toniolo G., La crescita economica italiana, 1861-2011, in L’Italia e l’economia mondiale dall’Unità ad oggi, a cura di G. Toniolo, Collana storica della Banca d’Italia, 2013.

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