Riformismo Costituzionale

La Crisi Dello Stato-Nazione

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Questa crisi, in effetti, non è nuova. Di crisi dello stato nazionale si cominciò già a parlarne a cavallo degli anni cinquanta del trascorso secolo. Ma, lì, si parlava più che altro di forme-crisi.

Di apparati, cioè, dello stato –nazione, che mostravano già allora l’aspetto maggiormente burocratico come potevano essere gli strumenti della repressione, del controllo (magistratura, polizie differenti, dinamiche famigliari e così via).

Oggi, invece, è ben più profonda la crisi della forma-stato. Essa coinvolge aspetti culturali, fiscali, educativi, spaziali, insomma è crisi antropologica che emerge non solo da aspetti giuridici, ma anche di psicologia sociale, di linee politiche, di aspetti di scasso sociale “verso il basso”, diciamo così, come può essere la dinamica catalana verso una “nuova piccola patria”. Oppure l’aspetto di devoluzione di normative nazionali riguardanti tematiche bioetiche sussunte da Bruxelles in modo affrettato o dinamiche di ristrutturazioni economiche sempre gestite geopoliticamente senza coglierne le peculiarità nazionali. Insomma “grandi patrie” o “piccole patrie” producono effetti di smarrimento, di anomia socio-culturale, che poi inducono la protesta sociale ad essere sempre più “folla” emotiva, per connotarla alla Gustave Le Bon, grande sociologo francese letto sia da Lenin che da Mussolini. Da qui i fenomeni dei differenziati “populismi” europei che introiettano solo il ‘no’ politico, incapaci di proporre alcunché se non l’urlo della sofferenza sociale che non si tramuta in classi politiche innovative, né in programmi praticabili Quello che i fenomeni suddetti mostrano è che stia arrivando a conclusione un’intera fase storica dello stato moderno,dal’500 alla fine ‘900,in cui lo stato-nazione si è sempre più rafforzato ,trovando un suo ruolo regolatore ,“governando” colossali processi sociali con leggi generali caratterizzate da staticità e unitarietà istituzionale.

Ritengo che semplicistiche soluzioni cosiddette “federaliste” non siano in grado di rispondere alle dinamiche “centrifughe” che come ho detto dianzi si materializzano in grottesche se non comiche soluzioni di “piccole patrie” o di superficiali devoluzioni verso Bruxelles. La crisi del livello “intermedio” che mostra essere lo stato-nazione è molto, molto graduale e complicata. Soprattutto non si intravvedono cammini un minimo certi se non emergeranno scossoni sociali seri e innovativi. Non è più sufficiente neanche il conflitto sociale allargato a moltitudini di precariato super –cognitivo. Gli anni scorsi in Francia la CGT ha, tutto sommato, diretto grandi cicli di conflittualità a sinistra e che cos’è arrivato come risultato? Macron, giovane liberista.

Certo utilissimo per battere i fascisti del “Front National”, ma subalterno al profondo interrogativo del “dopo” stato-nazione. Altro argomento da approfondire: il tema dinamiche antropologico culturali e forme costituzionali decentrate, autonome, di nuovo centralizzate, però in grado di dare un minimo di rappresentanza istituzionale alle nuove dinamiche ‘liquide’ dei differenti mercati dei lavori che oggi irreversibilmente procedono verso la fase iniziale e diffusa in tutti gli ambienti di lavoro della robotizzazione digitale.

Penso ci sia un’interconnessione forte tra predisposizioni psichico-culturali (non deterministiche!)e forme giuridico-istituzionali dei profili statali-nazionali.

A quando una riflessione su queste concause di crisi delle forme-stato senza fughe in avanti?

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