Riformismo Costituzionale

L’Unica Soluzione due Popoli per due Stati

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Non ribadirò che cose molto conosciute. Alcuni amici mi dicono che è sempre meglio ribadire questi termini, specialmente in momenti complicati come in questo periodo della storia dello stato degli ebrei, Israele.

Il movimento sionista si colloca all’interno dei movimenti risorgimentali liberali di metà ottocento che caratterizzarono quell’importante periodo storico. Perciò movimento recente e moderno, ma che traeva linfa da antichissime radici teologico-politiche: quelle del giudaismo biblico, una delle radici di tutta la storia dell’occidente e non solo. Perciò c’è distinzione tra giudaismo e sionismo, mai separazione.

Come si evolsero i fatti lo sappiamo benissimo ed è da tener presente che l’indole dello stato di Israele non è innanzitutto motivata dalla tragedia immensa della Shoà (anche se un ruolo di stimolo ad andare in quella terra allora semideserta lo fu certissimamente), ma dalla linfa millenaria del popolo ebraico “al ritorno”, all’alyà, alla ricomposizione del “triangolo” Terra, Nazione, Religione, che nella storia ebraica è organica relazione. Certo in un processo di laicizzazione completa che era spinta del momento e che caratterizzò la storia culturale complessiva dei movimenti liberali di metà ottocento,prodromo dei movimenti sociali proletari di decenni dopo. C’è aria di cultura mitteleuropea nel risorgimento nazionale ebraico, il sionismo. C’è aria di seconda internazionale, dei Kautsky e dei Bernstein, ma io aggiungo anche di Rosa Luxembourg.

Cultura del movimento operaio e popolare europeo+liberaldemocrazia del fondatore del sionismo: Theodoro Herzel. Se queste le qualificate radici culturali del movimento sionista va aggiunto che le avanguardie che si trasferirono nel territorio dei Padri Aviti, la Palestina, si illusero di dissodare una terra senza abitanti, una terra quasi “no men’s land”, lasciata arida e incolta dalla parassitaria, secolare dominazione ottomana oramai in crisi declinante con l’emergere di nuovi ceti dirigenti in tutto l’occidente compresa la Turchia con i suoi nuovi ufficiali, laici e risorgimentali anche loro, come furono i “giovani turchi” di Ataturk, non a caso simpatizzanti del sionismo.

Errore drammatico dei giovani sionisti che invece si trovarono una realtà di villaggi di arabo-palestinesi. Non molto fitti ma consistenti, di cultura molto chiusa, antimoderna, violenta, però con avanguardie laiche  influenzate dal nazionalismo rivoluzionario arabo, colte e però settarie. Scontro di culture, non di “civiltà”. Le aggressioni arabe, già dagli anni ’20, furono continue e le risposte dei coloni dei kibbutz altrettanto costanti. I pignoli, fanatici, di ambedue le parti si affaticano a calcolare chi è stato il primo: io mi discosto da questo inutile “tifo” e, pur essendo collocato come amico del movimento sionista in modo esplicito, non voglio prendere parte alla cultura amico-nemico che in questo caso non porta a niente se non a una guerra perpetua.

Anni e anni sono trascorsi, quasi settanta(!) e non si vede come passare ad una stabile cultura della negoziazione, unica cultura possibile in una situazione dove si scontrano permanentemente due verità. Moltissimi tentativi sono stati fatti, moltissime sconfitte nelle trattative si sono ricavate. Una cosa vorrei aggiungere: le guerre vinte da Israele sono state sei, ben sei.. e non prive di rischi mortali per il piccolo,ma tenacissimo popolo ebraico, erede di quella grandissima storia millenaria e dei suoi processi di secolarizzazione senza perdere la linfa religiosa ortodossa. Sei guerre vinte vogliono dire bottino di guerra. E’ una legge “bronzea” dell’uso della forza. E’ inutile rimproverare gli ebrei di Israele di non fare politica: si fa politica nel mutare delle sue “forme”: dalla pace alla guerra all’uso diplomatico dei “bottini territoriali”.

Se non si ammette la catena di sconfitte politiche, militari, culturali, educative, scientifiche, da parte palestinese non si riuscirà mai a capire la completa incapacità dei suoi gruppi dirigenti: hanno portato il loro popolo ad un baratro di nulla. Non otterranno mai niente e per grande loro responsabilità specialmente culturale. Da parte israeliana il timore è che si debordi da stato degli ebrei a stato ebraico. Come insegnava il grande politologo Dan Vittorio Segre, lucidissimo analista degli errori eventuali che correva il suo popolo nella sua complicata storia mediorientale e moderna. Stato democratico di Israele vuol dire che dentro la radice culturale-giuridica sionista possa crescere una repubblica democratica aperta a tutte le culture popolari differenti con stessi diritti e doveri, uniti nella comune identità riconosciuta del risorgimento sionista.

Da tutto ciò non si può che comprendere che sia necessario separare i due contendenti, formare due stati, in grado di convivere, l’uno accanto all’altro. E qui ci sono difficoltà enormi. Gli israeliani sanno benissimo, anche dagli studi socio-demografici di Sergio Della Pergola, che un unico stato piano piano li ridurrebbe in minoranza cancellando culture e stili di vita ebraico-sionisti e d’altra parte la questione di Gerusalemme come capitale di due stati è possibile con reciproche, dolorose ma inevitabili rinunce, in una coesistenza urbana che potrebbe essere modello e stimolo a livello, oso dirlo, mondiale. Per strade nuove verso patti di “compromesso”, unica grande cultura per la convivenza su scala globale. Tornano alla mente le indicazioni di grandi della politica e della cultura come Mandela, Gandhi, Papa Francesco e molti altri.

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