Riformismo Costituzionale

Mezzogiorno: dal Rapporto Svimez molte ombre, poche luci.

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Il Rapporto Svimez 2017 pubblicato pochi giorni fa delinea un quadro dell’economia del Mezzogiorno con qualche luce e molte ombre.
Il Meridione, uscito nel 2015 da una lunghissima fase recessiva, ha consolidato la ripresa nel 2016. La crescita del Pil meridionale nel biennio 2015-2016 è risultata superiore, se pur di poco, a quella del resto del Paese. L’industria manifatturiera meridionale è cresciuta al Sud di oltre il 7%, più del doppio del resto del Paese (3%); anche le esportazioni hanno mostrato buone performance. Le previsioni Svimez per il 2017 e il 2018 confermano che il Mezzogiorno è in grado di agganciare la ripresa nazionale che si sta mostrando più forte del previsto.
Tuttavia la ripresa congiunturale è insufficiente, se non accompagnata da un rinnovamento delle politiche, ad affrontare le emergenze sociali e i ritardi strutturali dell’area.
L’ampio divario di sviluppo fra Centro-Nord e Mezzogiorno, che nella storia dell’Italia ha conosciuto una fase di riduzione solo negli anni del boom economico, ha ripreso ad allargarsi negli anni duemila. Dal 2001 al 2007 il Pil è cresciuto dell’1,3% all’anno nel Centro-Nord e solo dell’1% nel Mezzogiorno; tra il 2008 e il 2013, a seguito della lunga fase recessiva conseguente alla crisi mondiale, lo squilibrio si è ulteriormente aggravato: il Pil meridionale si è contratto del 2,4% circa all’anno, il doppio del calo registrato nel resto del Paese. Nel 2014, mentre il Pil del Centro-Nord era già in ripresa, quello meridionale segnava ancora una forte riduzione. La quota del Pil delle regioni meridionali sul totale nazionale è di conseguenza scesa intorno al 22%, rispetto a una quota corrispondente di popolazione di circa il 34%. La perdita di occupazione durante gli anni della recessione è stata fortissima, oltre il 60% di quella complessiva dell’Italia, e il tasso di occupazione nel Mezzogiorno è attualmente il più basso d’Europa, in particolare quello femminile. Così le condizioni di vita sono peggiorate: un meridionale su tre è esposto al rischio di povertà. In tutte le regioni meridionali la povertà risulta superiore sia rispetto al dato nazionale (19,0%) sia rispetto a quello del Centro-Nord (11,0%).
Il Sud inoltre è interessato da un fenomeno emigratorio intenso e selettivo che comporta una significativa e drammatica perdita di capitale umano. Dal 2002 al 2015, secondo la Svimez, sono emigrati circa un milione e settecentomila persone, di cui la metà circa sono giovani enella misura del 20% laureati. Emigrano, quindi, le risorse più qualificate. Scarsa è, d’altra parte, la capacità attrattiva del Meridione nei confronti di immigrati dall’estero, mentre il calo demografico che affligge ormai da lungo tempo il nostro Paese è più forte al Sud che al Nord.
E’ evidente che questo insieme di problemi richiede di essere affrontato con una giusta combinazione di politiche. Quelle esistenti vedono in primo piano l’azione degli strumenti operativi dei fondi europei e nazionali attivati dalle Politiche di coesione e sviluppo dell’Unione europea.Tuttavia, nonostante la possibilità di attingere a cospicue fonti finanziarie e l’impegno delle istituzioni centrali rinnovato e ampliato lungo un percorso ultradecennale, le amministrazioni locali competenti sovente non sono state in grado di utilizzare al meglio le risorse disponibili. Per insufficiente capacità progettuale, per la difficoltà di concentrare l’attenzione su pochi e validi progetti da considerare strategici.
In passato, negli anni della ricostruzione post-bellica fu la Cassa del Mezzogiorno a svolgere un ruolo fondamentalenello sviluppo del Mezzogiorno, con un imponente intervento straordinario, aggiuntivo rispetto a quello ordinario svolto dalla pubblica amministrazione. Oggi, considerando che l’Italia esce da una recessione lunga e drammatica i cui effetti da molti economisti sono stati paragonati a quelli di una guerra, servirebbe una spinta di uguale potenza.
Certamente, tutto il contesto in cui ci si trova ora ad agire è profondamente diverso: le condizioni storiche e sociali sono mutate come lo è il quadro normativo nazionale, dove la larga autonomia delle Regioni è stata ribadita dall’esito negativo del referendum del 4 dicembre 2016 sulla riforma costituzionale (che ne prevedeva una parziale limitazione), mentre sono le politiche di coesione dell’Unione europea a dettare le regole fondamentali per la riduzione dei divari territoriali anche nei singoli paesi.
Tuttavia, sarebbe importante un ripensamento delle logiche che presiedono alle politiche dello sviluppo territoriale ai fini di una più efficiente allocazione delle risorse.

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