Riformismo Costituzionale

I nodi delle autonomie sono solo rimandati a dopo le elezioni

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Quale che sarà il risultato delle elezioni del 4 marzo, le forze politiche si troveranno subito dopo di fronte a un dossier di problemi delle autonomie molto più pesante del solito. Ai problemi che si trascinano dal 2001, e che la legge costituzionale rigettata dagli elettori il 4 dicembre 2016 aveva in parte risolto e in parte reimpostato, nella passata legislatura se ne sono aggiunti perlomeno altri due, più urgenti di quanto non si ritenga a prima vista.

Penso, prima di tutto, al destino della legge Del Rio, che era stata approvata sul presupposto che la legge costituzionale passasse, ma che intanto ha cambiato molte cose nel livello intermedio di governo locale. Cosa ne facciamo? La abroghiamo, o ne modifichiamo gli aspetti rivelatisi più discutibili? Certo è che la trasformazione delle Province in enti di area vasta ha comportato il passaggio alle Regioni o ai Comuni di molte funzioni provinciali, le Città metropolitane sono state istituite, molti dei Comuni più piccoli sono stati interessati da processi di aggregazione più o meno fortunati.

Tornare indietro significherebbe rimettere in discussione tutto questo, andare avanti così vorrebbe dire chiudere gli occhi di fronte ad alcuni evidenti limiti della legge. La strada più ragionevole sarebbe quella della correzione mirata, a partire dall’incerto statuto del Comune di Roma, divenuto Roma Capitale dal 2009, e poi molto a fatica inserito fra le Città metropolitane dalla legge Del Rio. Qui bisogna in ogni caso scegliere, ma anche pensare bene prima a cosa si fa della capitale d’Italia, attraversata dai tumultuosi processi di trasformazione tecnologica ed economica di ogni grande metropoli contemporanea, e nello stesso tempo prostrata da incuria amministrativa e dal degrado del tessuto civile. Il focus che L’Italia che verrà sta proponendo su Roma è molto importante anche dal punto di vista del suo riordino istituzionale, che difficilmente potrà prescindere da un passaggio legislativo.

Secondo punto, i referendum del Veneto e della Lombardia dell’autunno scorso, che non sono stati una passeggiata. Specie quello veneto ha segnato il disagio reale di una popolazione stretta fra due Regioni a statuto speciale dotate di una finanza molto più florida, come dimostrano pure le crescenti richieste di aggregazione alla potente Provincia di Bolzano dei Comuni limitrofi, da Cortina in giù; ma dice qualcosa, per altri aspetti, pure il fatto che proprio la Regione Veneto sia stata protagonista della battaglia sui vaccini. Anche qui, cosa fare? Dopo il referendum si è aperto un tavolo di trattative col Governo per un trasferimento di competenze alla Regione, e si tratterà di vederne gli sviluppi. Ma in ogni caso il problema dei trasferimenti di competenze tocca anche altre Regioni, dalla Lombardia all’Emilia-Romagna, cioè alcune delle Regioni più ricche del Paese.

Il rischio che, di qui a quattro-cinque anni, potremmo  trovarci con un gruppo di Regioni più vicine al modello privilegiato di quelle a statuto speciale, non è campato in aria. Con un processo di frammentazione e di particolarismo molto pericoloso da gestire per il livello nazionale, soprattutto sul fronte finanziario. L’alternativa vera, anche se politicamente intrattabile per qualunque possibile maggioranza, consisterebbe nel ridiscutere tutto l’assetto delle Regioni, comprese quelle a statuto speciale, che sono a tutt’oggi un tabù intoccabile, e nello stesso tempo, come ho già scritto sul sito,  una fonte di enormi anche se ben nascoste ingiustizie. Ci attendono comunque, come si vede, anni difficili anche da questo punto di vista.

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