Riformismo Costituzionale

Il PD non Basta più, è tempo di un Partito della Nazione Italiana.

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Il gruppo dirigente del Partito ha il dovere di dire la verità al Paese: il PD non basta più.

Le elezioni di domenica 4 marzo 2018 sono state a tutti gli effetti delle elezioni de-costituenti.
Il sistema politico italiano è imploso, sconquassato dall’onda sismica prodotta dalle asimmetrie della globalizzazione, che stanno travolgendo gli equilibri sociali delle democrazie occidentali.

La proporzionale ci ha restituito la fotografia di un’Italia profondamente divisa, anche geograficamente, con un Nord controllato dal centrodestra a trazione sovranista ed un Mezzogiorno che si abbandona completamente alle sirene dell’assistenzialismo.

Il centrosinistra, che crolla anche nelle regioni dove storicamente il suo insediamento sociale è stato più solido, ha subito la più grave disfatta elettorale della sua storia. Nei fatti, si è configurato un nuovo bipolarismo in via di sperimentazione tra la Lega ed il Cinque Stelle, dal quale il centrosinistra rischia di essere stritolato e confinato in un ruolo marginale.

La XVIII legislatura si apre quindi con un Parlamento in cui la maggioranza assoluta è detenuta dalle forze euroscettiche.

Questo avviene nel momento in cui l’Italia si trova a fare i conti con un contesto internazionale che muta radicalmente rispetto agli ultimi anni: a partire dai rischi di recessione mondiale e di guerra commerciale provocati dalle misure protezionistiche americane, alla fine imminente del QE della Banca Centrale Europea, alla crescita del costo del petrolio ed allo scadere del mandato di Mario Draghi alla guida dell’Eurotower.

Allo stesso tempo, il varo della Grande Coalizione in Germania permette al motore franco-tedesco di tornare a funzionare a pieni giri e di rilanciare il processo di integrazione a più velocità e a più livelli della zona euro.

L’Italia, che già dovrà effettuare nei prossimi mesi una manovra correttiva da 3,5miliardi, allo scadere del programma di QE della BCE potrebbe trovarsi nella assai difficile condizione di garantire sui mercati i titoli di stato del proprio debito pubblico a tassi di interesse schizzati a quel punto vertiginosamente in alto.

I problemi strutturali dell’economia italiana rimangono infatti tutti di fronte a noi: bassa produttività, calo demografico, crescita della spesa pensionistica, tassi di crescita sotto la media europea, un sistema amministrativo ed istituzionale che rende la burocrazia statale disfunzionale.

A cosa va quindi attribuita la sconfitta del centrosinistra?

Il centrosinistra italiano, tra il 2013 ed il 2018, ha-nelle condizioni di contesto date-governato bene. Tutti i parametri economici del Paese sono migliori rispetto a cinque anni fa: crescita del Pil, della produzione industriale, dell’export e dei consumi delle famiglie. Aumento dei contratti e degli occupati. Lancio di grandi iniziative di politica industriale, da Industria 4.0 alla Strategia energetica nazionale. Soprattutto, quello che i governi del centrosinistra sono riusciti a fare, è stata la rimodulazione in senso attivo e non più esclusivamente passivo, del vincolo esterno europeo: consentendo, cioè, all’Italia di svolgere un ruolo decisivo in Europa.

Nell’impossibilità sia di svalutare la moneta, sia di rilanciare la domanda, tramite grandi programmi di investimenti(a causa dei troppo alti tassi di interesse sul debito), i governi di centrosinistra hanno provato allora a stimolare la crescita attraverso la riduzione della pressione fiscale, il taglio delle tasse e del costo del lavoro alle imprese. Tutto questo, rispettando i vincoli di bilancio europei.

Si poteva fare meglio? Sicuramente.
Sono stati commessi errori? Non c’è dubbio.

Ciò nonostante, il Paese che è andato alle elezioni nel 2018 è un Paese molto più solido di quello che il centrosinistra ha ereditato all’inizio della sua stagione di governo.

E allora, chiediamo nuovamente, a cosa deve attribuirsi la magnitudine della sconfitta subita il 4 di marzo?

Molti commentatori e dirigenti si stanno esercitando in queste ore nell’assai fantasioso e nell’affatto serio tentativo di sostenere che il Partito Democratico avrebbe perso le elezioni per aver smarrito gran parte del voto a sinistra, proponendo come ricetta per tornare a recuperare consensi quella di un riposizionamento del Pd su di un impianto più ‘socialdemocratico’

Sia chiaro: uno smottamento a sinistra c’è effettivamente stato, anche se, a dimostrazione della debolezza della tesi che qui si vuole confutare, chi si riproponeva di farsi interprete di questo distacco a sinistra ha intercettato solamente una parte estremamente marginale di quel voto.

Non è infatti questa la ragione della sconfitta del centrosinistra, che va invece ascritta a una più generale tendenza-in atto in tutte le democrazie occidentali- per cui i ceti medi impoveriti puniscono severamente le maggioranze dei tradizionali partiti di governo, andando a rafforzare un voto antisistema ed euroscettico.

In Italia, questo fenomeno ha assunto dimensioni più imponenti essenzialmente per due ragioni: il primo, sono le condizioni di contesto-elencate prima-in cui il centrosinistra si è trovato a guidare il Paese, che hanno impedito di contrastare con adeguato vigore il disagio sociale montante. La seconda, ben più grave, è che-dopo venticinque anni di maggioritario, dopo la dissoluzione di tutte le culture politiche che avevano fondato la Repubblica-il sistema politico italiano è ormai completamente disfunzionale e sempre più simile ad un contesto sudamericano, in cui il populismo é diventato l’unica possibile articolazione del discorso pubblico.

La politica italiana, in linea con la tendenza in atto in tutta Europa, si sta configurando in una polarizzazione sempre più violenta tra un blocco sovranista ed un fronte europeista. La linea di faglia del conflitto politico, data la crescente interdipendenza ed integrazione tra la nostra economia e l’eurozona, non può che-e sempre di più sarà così-essere tra più o meno Europa. Sulla base di questo contesto che la realtà delle cose ci mette di fronte, bisogna ragionare su quali siano le forze effettivamente in campo per definire una nuova strategia politica.

Le dimensioni della sconfitta del centrosinistra ci dicono in modo inequivocabile che, dopo venticinque anni, è definitivamente finito il credito, costruito in settant’anni di storia repubblicana, di cui aveva goduto la sinistra italiana. Parlo della forza del radicamento sociale e dell’insediamento politico in ampie zone del Paese.

Se non fosse ancora sufficientemente chiaro, é allora proprio il caso di esplicitarlo: la storia del postcomunismo italiano è storia definitivamente conclusa. E non da ora.

Non solo. Non basta più nemmeno il Partito Democratico.

Il gruppo dirigente del Pd ha allora il dovere di dire la verità al Paese: il PD va superato ed allargato, per farne il perno di un nuovo partito politico, che costituisca il punto di attrazione di un più grande schieramento. Un vero e proprio ‘fronte repubblicano’ che attragga a sé tutte le forze democratiche del Paese, dai riformisti ai moderati e che costituisca il baluardo per tutti coloro che pensano che l’unica possibilità di salvezza di questo Paese passi per il rafforzamento del suo rapporto con l’Europa.

Un nuovo partito che, finalmente, con l’uscita di scena di Berlusconi, riorganizzi e metta insieme tutte quelle forze che hanno guidato la stagione riformista delle ‘larghe intese’. L’interesse del Pd non può che essere, esclusivamente, l’interesse nazionale, l’interesse dell’Italia. Costruiamo allora un partito della nazione italiana, cercando di tenere aggrappato il Paese all’unica prospettiva strategica che ancora ha: l’integrazione europea.

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