RIFORMISMO COSTITUZIONALE

Il PD prenda coscienza delle sue ragioni.

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Quando in una prova elettorale si prende uno schiaffone così pesante il lavoro ordinario non basta più, serve aprire porte e finestre per capire, correggere e cambiare avendo chiaro il progetto, il quadro di riferimenti, ideali e politici, che si vuole portare nella società. Questa cornice ideale e comune, in particolare in un partito come il PD nel quale l’essere plurale è diventato un valore assoluto, si rende necessaria non solo per evitare fattori di disgregazione e smarrimento ma soprattutto per garantire il pieno svolgimento dell’azione riformista. Una cornice che dovrebbe essere un tratto della identità del Partito democratico, e portata nella sua azione quotidiana tra la gente in modo più visibile di quanto non sia riuscito a dimostrare fino adesso.

Se guardiamo ai dati elettorali, quella della connessione diretta tra vita reale delle persone e progetto riformista appare la priorità da affrontare. Siamo in presenza, infatti, di un diffuso voto di protesta che viene dalle tante periferie, colpite da diseguaglianze, lontane dai servizi e private di un futuro. E questo non lo ritroviamo solo nel voto del Sud ma anche in molte aree delle grandi città, delle zone rurali e disagiate in tutto il Nord e il Centro del Paese. Il senso di solitudine di fronte al precipitare, a causa della crisi, della propria condizione materiale e di paura di fronte ai grandi e tumultuosi cambiamenti che impone la globalizzazione, sembrano essere alla fonte del distacco tra dirigenti e base elettorale.

Quello sul progetto è un chiarimento necessario non solo per superare l’idea di un partito contenitore-elettorale di singole persone, d’individualità senza vincoli e visione comune, ma anche per ricostruire connessioni, ricucire fratture territoriali, sociali e culturali.

Siamo a un passaggio critico a livello internazionale e nella nostra vecchia Europa che esprime un bisogno di Politica – di buona Politica – in grado di dare risposte, anche di medio e lungo periodo. Questo, a mio giudizio, fa parte di quel bisogno che si pone alla base del sentimento di solitudine e paura che invade in particolar modo il mondo Occidentale. Una realtà che pone le forze e le culture riformiste di fronte a un bivio: subire le novità, rinunciando di fatto a condizionare i processi in atto, oppure dimostrare che le loro idee sanno proiettarsi oltre l’esaurirsi di una fase storica. Qui si pone il problema per la Sinistra italiana di essere in grado di interpretare i nuovi tempi che viviamo. Per questo c’è bisogno anche di una classe dirigente la cui qualità non può più consistere esclusivamente nel fatto di essere espressione di maggioranze o minoranze interne al PD, ma di essere in grado di dare risposte concrete a bisogni, necessità e speranze.

In questa ricerca c’è bisogno di evitare il rischio di travolgere anche ciò che di buono è stato fatto per il Paese, per affrontare una crisi che non è solo economica e sociale ma anche di sistema.

Gli errori in questi anni di governo, ci sono sicuramente stati, penso in particolare alla personalizzazione della battaglia sulla riforma costituzionale. Il punto è che di quelle riforme c’è un bisogno vitale, perché servono alla nostra democrazia, alla rete dei poteri regionali e locali, alla sfera della rappresentanza e a un sistema moderno delle garanzie.

Trovo perciò particolarmente semplificatore attribuire il risultato elettorale alla sola leadership. Penso, invece, che è tutta la cultura politica della classe dirigente del PD, dal centro alla periferia, dal governo nazionale a quelli regionali e locali, a essere chiamata in causa. Il problema è allora quello di analizzare in profondità le ragioni della sconfitta, evitando di ripetere le liturgie del passato ad esempio lo strumento delle primarie per l’elezione del nuovo Segretario/a. Dopo una sconfitta di questa portata più che tornare a dividersi sui nomi c’è bisogno di parlare di contenuti, di rafforzare la partecipazione e di attivare canali d’interlocuzioni/connessioni con la società. C’è bisogno prima di definire il Progetto condiviso e poi di un Segretario/a.

Questa a me sembra l’unica via praticabile per elevare l’iniziativa politica e culturale mettendo anche mano a una più adeguata forma organizzata, affinché il PD riprenda coscienza delle sue ragioni nel nuovo secolo e possa tornare a esercitare pienamente la sua funzione per il futuro dell’Italia e per il bene dell’Europa.

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