Riformismo Costituzionale

La caccia ai voti si sta svolgendo su due livelli: mass media e social network.

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I mass media – tv, giornali, radio, manifesti- si rivolgono a platee più o meno composite con la forma retorica della “promessa” (Fornero sì e no, Europa sì e no, Razza Bianca sì e no, etc). Non è una novità, ma stavolta le promesse paiono smisurate (tranne quelle del PD cui conviene il posizionamento di forza “responsabile”). La esagerazione ha il fine di attirare il pubblico, ed è il quid dei mass media. Per questo, da quando è svanito il legante delle prospettive messianiche (con annesse basi sociali e narrazioni ideologiche) la politica ha indossato il talkshow, dove come da Floris o Barbara d’Urso, conta l’attimo e non la prospettiva.

Nei talk show lo sgomitamento dello spararle e spararsele, serve in primo luogo a fissare nella testa degli spettatori l’identità teatrale degli sparatori e non a “comunicare” qualcosa. Similmente, è nell’identitarismo senza ideologia che consiste la “personalizzazione della politica”, molto più e molto prima della antitesi fra partito del Segretario e partito dei Notabili. E così succede che, pervenuti alla fase della personalizzazione, al bar trovi il conoscente che –senza soffermarsi un attimo su pensioni, immigrati e banchieri- ti apostrofa con: “Allora, che famo? Io Renzi non lo sopporto”. E noi stiamo lì a dirgli: “vabbé, ma si tratta solo di votarlo, mica di sposarlo”. Ma non attacca, almeno per ora, perché lui lo detesta non come leader politico, ma in quanto character teatrale. La stessa allergia che noi, al di là di ogni contenuto, proviamo per la maschera paraguevariana di Di Battista, per il leghista flatulento, per il Berlusconi che anche se ti guarda sta fisso alla roba (sua).

Ma già sappiamo, giacché si vota con il proporzionale, che, esagerata o meno, nessuna promessa sarà debito perché al comporsi negoziato di una maggioranza di governo, ogni socio fornirà un comodo alibi alle elettorali promesse dell’altro. Che sarebbe poi la logica in base alla quale il PD, se gli riesce di tenere i ranghi compatti, potrà fare da crocevia politico e parlamentare del senso di realtà, nell’interesse di tutti, compresi gli attuali avversari.

Passando a quel che accade sui social network, va premesso che qui la comunicazione, e quindi la propaganda, segue logiche del tutto diverse rispetto a quelle dei mass media. Non per l’incombere delle fake news, delle quali si è fatto sempre largo uso senza aspettare l’arrivo di facebook, ma perché i social esprimono per la loro stessa struttura tecnica la frammentazione della globalità sociale in una infinità di micro sfere; di singoli individui che col pollice “sfogliano” sullo smartphone distese di post provenienti da fonti che ciascuno ha selezionato se e in quanto a lui stesso affini; narcisi che vedono solo quel che rispecchia le loro sedimentate visioni.

Il “conoscere riconoscendo” non è davvero una novità. Ma stavolta il cognitivo gioco degli specchi è presidiato da motori automatici, i software, che permettono di assediare in misura altrimenti inconcepibile la platea degli individui e da scovarvi fino all’ultimo degli affini. Come si è andato a verificare dopo la “vittoria con debacle” di Hillary e i palesi tentativi di seminare zizzania contro Macron. Il metodo, in fondo semplice, è costituito da ondate concentrate nel tempo di post e tweet, erogati senza bussare di casa in casa affinché chi ci si riconosce le rilanci di cerchia in cerchia. Il che, nella intervenuta rarefazione delle relazioni sociali “corte”, surroga la funzione un tempo svolta dagli opinion leader, che non erano gli editorialisti, ma il fornaio, l’ufficiale postale, l’amico stimato, Don Camillo, Peppone, la moglie di Peppone, etc.

Ecco perché se nei mass media conta la caratterizzazione, nei social vale la reiterazione, la replicazione ossessiva, secondo il principio per cui ai minuscoli passeri si spara con la rosa dei pallini da caccia. Salvo che qui il passero esplode a sua volta in una moltitudine di proiettili, generando un tripudio di like e condivisioni. Una reazione a catena tanto più efficace quanto più il contenuto diffuso sia di carattere “negativo”, giacché -referendum insegna- il No accomuna più merli. E di sicuro più numerose tastiere.

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