Riformismo Costituzionale

Riforme: guardare alla qualità della vita delle donne e degli uomini.

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Premessa

La riorganizzazione della spesa nella pubblica amministrazione, nel welfare, nei sistemi formativi e nei livelli istituzionali più vicini alle cittadine e ai cittadini rischia di far gravare il peso degli aggiustamenti necessari proprio sulle donne.

E’ evidente, quindi, che per ridurre le disparità tra uomini e donne le politiche pubbliche dovrebbero essere maggiormente orientate in un’ottica di genere perché non è solo un’elementare questione di equità fra i sessi, ma costituisce un vero e proprio volano per lo sviluppo. E’ risaputo ormai che ciò che fa la differenza sul reddito di un Paese e le sue dinamiche di sviluppo è il lavoro delle donne.

In riferimento a questo si ritiene che nelle società postindustriali le maggiori prospettive d’incremento occupazionale si concentrano proprio nei servizi alla persona e alle famiglie.  Ed è proprio, su questo terreno, che l’Italia appare come intrappolata in un circolo vizioso; scarsità di servizi e bassa partecipazione femminile, che a sua volta è collegata alla scarsità di servizi.

Una situazione che accentua le diseguaglianze sociali e di genere, con conseguenze negative anche per la natalità e la tenuta della coesione nazionale ed europea.

 

Dati demografici

La nuova fase di denatalità accelera il processo d’invecchiamento della popolazione in atto, un fenomeno negativo che riduce la quota di persone in età da lavoro che contribuiscono alla crescita del Pil e al sostegno del sistema di welfare (pensioni e sanità). Il calo recente della natalità è comune a molti paesi europei, che hanno sofferto gli effetti della crisi. In Italia, tuttavia, gli effetti del ciclo negativo si cumulano con quelli “strutturali” derivanti dal fatto che le donne italiane in età feconda, oltre ad essere meno numerose, fanno meno figli e sempre più tardi (l’età media materna al primo parto è pari a 31,4 anni, la fertilità femminile cala già dopo i 30 anni).

La tendenza sembra riflettere il desiderio delle donne di non perdere le opportunità di lavoro e di carriera. Ma le statistiche dei paesi avanzati dimostrano che il lavoro non è d’ostacolo alla maternità: viceversa, a un tasso di occupazione femminile più elevato, corrisponde un maggiore tasso di fertilità. Oggi in Italia molte donne vorrebbero avere più figli, ma sono anche e non solo le condizioni economiche difficili e l’insufficienza dei servizi alla persona e alle famiglie a creare ostacoli: lavoro precario, disoccupazione, asili nido scarsi e costosi, sostegni finanziari pubblici alla maternità carenti, squilibrio di genere nei carichi di famiglia (oneri di cura prevalentemente sulle spalle delle donne).

 

Dati sull’occupazione femminile

Il segno più sull’occupazione femminile non deve far dimenticare che la situazione in materia di occupazione femminile rimane critica. Infatti, dai dati ISTAT risulta che:

– più di 5 donne su 10 sono senza reddito da lavoro;

– la retribuzione media pro capite (calcolata tra impiegate e operaie) si ferma sotto i 25mila euro annui;

– nel Mezzogiorno, è sempre più alto il numero di giovane donne che accettano lavori anche dequalificanti pur di risolvere i problemi economici della famiglia, soprattutto se l’uomo ha appena perso il proprio impiego. A questo, si associano nuove forme di part-time involontario, imposto dalle aziende in crisi;

– persiste un gap geografico e di genere: nelle regioni del Nord risulta occupato all’incirca il 56% delle donne, al centro lavora all’incirca il 53,2% , al sud ha un impiego solo il 30% delle donne, mentre su tutti i dirigenti del lavoro a domicilio: gli uomini rappresentano il 70,6% dei dirigenti contro il 29,3% delle donne. Lavoro a domicilio (che non prevede l’accesso alle strutture del nido): le donne sono l’86,7 per cento e gli uomini appena il 13,2;

– guardando i numeri sulla precarietà si ha un quadro concreto sulla parità di genere: nel campo dei contratti a tempo determinato prevalgono gli uomini mentre nel campo dei contratti di collaboratori a progetto prevalgono le donne.

 

I vantaggi dell’occupazione femminile.

Vale la pena ricordare che, secondo gli studi effettuati, tanto a livello europeo che internazionale, l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro produce vantaggi sotto il profilo economico essenzialmente in due direzioni:

1. La riduzione del rischio di povertà che produce grossi benefici per i minori e la cosiddetta “vulnerabilità” delle persone, non solo per effetto delle maggiori entrate, ma anche per l’acquisizione di una più elevata sicurezza collegata a un doppio aggancio al mercato del lavoro (più conoscenze, relazioni sociali, spirito d’intraprendenza e dinamismo).

2. L’effetto traino per il lavoro in generale, proprio perché le famiglie a doppio reddito consumano più servizi (assistenza all’infanzia e agli anziani, prestazioni per i vari bisogni domestici, ricreazione, ristorazione, e così via).

Il mutare dei modelli familiari e relazionali tradizionali richiede nuovi obiettivi di organizzazione del lavoro domestico, di riproduzione e di cura che tradizionalmente è stato svolto dalle donne, ma che da oggi richiede di essere condiviso con gli uomini e di essere accompagnato da servizi pubblici o servizi alla famiglia acquistati anche sul mercato.

 

L’esperienza francese sul “mercato dei servizi”.

Le politiche più promettenti in direzione della formazione di un mercato dei servizi alle famiglie, che ovviamente non sostituisce il Welfare, sono quelle francesi. Un mercato dei servizi economicamente produttivo che in larga parte è finanziato dalle stesse persone e famiglie che vi ricorrono con prezzi e qualità controllati. L’esperienza è basata su tre tipi d’intervento pubblico:

1. Una riforma del codice del lavoro che ha riconosciuto una vasta gamma di nuovi impieghi, definiti “artigianato del terziario”, per evitare degenerazioni in materia di condizioni di lavoro e improvvisazioni sulle prestazioni.

Si tratta di tradizionali servizi di “cura” (bambini e anziani) e di nuovi servizi mirati al benessere della persona, della salute e della qualità della vita in generale (terapie fisiche e prestazioni estetiche a domicilio, assistenza informatica, servizi personalizzati di trasporto, assistenza amministrativa e piccola assistenza legale, progettazione viaggi, manutenzione di case e giardini, assistenza a persone con animali domestici, sostegno ai consumatori,…);

2. La creazione di un’Agenzia nazionale per i servizi alla persona che svolge le funzioni di coordinamento e formazione. I nuovi “artigiani terziari” devono accreditarsi presso l’Agenzia, dimostrando di possedere alcuni requisiti professionali minimi. Le informazioni sui servizi accreditati nell’area di residenza sono forniti tramite internet;

3. L’introduzione d’incentivi fiscali, nel senso che le somme pagate per l’acquisto di prestazioni accreditate possono essere detratte dall’imposta sul reddito nella misura del 50% e l’IVA sulle somme fatturate è ridotta del 5,5%. Per pagare il fornitore del servizio si può utilizzare un buono che si acquista in Banca o negli uffici postali. Il buono incorpora i contributi sociali ed evita a chi se ne serve qualsiasi obbligo di dichiarazione fiscale, contributiva o burocratica.

I dati sull’occupazione francese segnalano che le riforme introdotte, a partire dal 2005, hanno dato un notevole impulso all’occupazione, soprattutto femminile. Per capire inoltre la portata di questi interventi basta osservare il nesso tra tasso di natalità e occupazione femminile e metterlo a confronto con quello dell’Italia: Francia 76,6% di occupazione femminile e 2,2% di Tasso di natalità; Italia 46,6% di occupazione femminile e 1,2% di tasso di natalità.

 

I legami con la riforma del Terzo settore

La riforma della legislazione in materia d’Impresa sociale e di Servizio civile universale è un pezzo importante perché l’economia sociale alimenta quei beni relazionali che, soprattutto nei momenti di crisi, sostengono la coesione sociale e contrastano le tendenze verso la frammentazione e disgregazione del senso di appartenenza alla comunità.

Un terzo settore non più guardato solo per le sue attività solidali, culturali e di advocacy, ma come soggetto economico a pieno titolo può essere di aiuto a un “welfare comunitario” aperto al contributo del pubblico e del privato ed ha anche il potenziale per trasformare vaste aree del settore informale, in cui è collocata una parte consistente del lavoro femminile, in settore formale, con standard decenti di lavoro, di qualità e universalità dei servizi. Inoltre, e soprattutto, l’elevato grado di motivazione sociale che in generale caratterizza l’impresa sociale potrebbero garantire la fiducia degli utenti e consumatori che la produzione di servizi rivolte alla persona e alle famiglie comportano.

Qui sta l’importanza di regole di organizzazione e definizione degli obiettivi in un settore come quello dei servizi che ormai travalica i confini nazionali.

 

Con quali risorse e strumenti si può intervenire in Italia?

Il nostro Paese per realizzare un “mercato dei servizi alle famiglie” dovrebbe mettere a disposizione una certa quantità di risorse finanziarie che per una parte potrebbero essere trovate nei Fondi Ue, quelli inutilizzati e quelli ancora da programmare, e per l’altra parte con misure come il credito d’imposta, il microcredito e l’intervento del privato.

Il pubblico come espressione della solidarietà generale dovrebbe farsi promotore/partner d’interventi innovativi per  servizi di qualità e comprovata efficacia.

Certo un’iniziativa di questo genere sollecita, innanzitutto, l’intervento di politiche nazionali, dentro a un quadro europeo che già attraverso obiettivi “rilevanti” della politica di coesione incoraggia ad azioni strutturali per la conquista di beni e servizi alla cittadinanza. Ma sollecita anche i livelli istituzionali locali e regionali che da adesso possono fare la loro parte, sperimentando nuove forme di servizi alla cittadinanza, come ad esempio il “portierato di quartiere” per aiutare a risolvere piccoli problemi (montare tende, cambiare una lampadina, fare la spesa, aiutare i bambini a fare i compiti….) nei grandi quartieri con condomini dove non c’è il portiere.

Qui non si tratta solo di quantità di risorse, ma di un diverso modo di organizzare la cittadinanza delle donne e degli uomini, in un’equilibrata composizione di trasferimenti monetari e di servizi. E questo non è cosa da poco per le donne costrette a misurarsi quotidianamente con una società ancora organizzata in un’ottica tutta maschile.

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