Riformismo CostituzionaleRoma Capitale

Un impegno comune per Roma capitale.

Shares Share

Ci troviamo di fronte ad un mutamento radicale dei tempi, dei luoghi e dei modi della decisione e della partecipazione democratica. Globalizzazione ed europeizzazione dell’economia e della società; competizione tra territori; mobilità, virtuale e reale, sempre più facile e veloce; nuove forme di comunicazione, che richiedono interazioni e relazioni con altre Istituzioni e con le loro decisioni sia in senso verticale, che orizzontale.

Quest’aspetto del governo multilivello quando si parla dei problemi della Capitale d’Italia spesso si tende a dimenticarlo e a rimuoverlo dal nostro dibattito politico, forse per l’assenza di preparazione oppure per non minare la legittimazione delle classi politiche locali e nazionali.

Infatti, sul tema delle politiche urbane, l’Unione europea ha più volte espresso la propria opinione attraverso le sue politiche: alcune di carattere amministrativo, altre centrate sul principio delle competenze altre ancora sul piano economico, sociale e culturale.

Si pensi a tal riguardo che la spesa dei Fondi e delle risorse destinate alle politiche europee per lo sviluppo e la lotta al declino industriale e al degrado delle periferie urbane, prevedono il coinvolgimento diretto delle Regioni e delle città europee nella loro programmazione e gestione.

Mi sembra utile ricordare anche che l’Unione europea si occupa delle politiche per le città, da circa 30 anni. A tal proposito basta ricordare il Programma Urban è servito a molte città europee come Bruxelles, Manchester e altre ancora per intervenire contro la speculazione edilizia, il degrado delle periferie e il declino industriale.

Il motivo dell’interesse dell’Ue alla questione urbana è semplice: il 75% della popolazione Ue vive nelle aree urbane, e nelle aree urbane si produce circa il 70% del Pil europeo.

All’inizio degli anni ’80 del secolo scorso, le politiche urbane dell’Ue nascono e si sviluppano come priorità della nascente politica ambientale. E sono concepite per intervenire sul degrado nei centri urbani e nelle periferie devastate dalle speculazioni, l’abusivismo edilizio e il declino industriale ed economico.

Dopo la Conferenza ONU su “Ambiente e Sviluppo” del 1992, a Rio de Janeiro, l’Unione europea cambia profondamente la sua politica ambientale, e inizia a puntare sullo “Sviluppo sostenibile”, come scelta strategica sullo scenario mondiale. Iniziò così una nuova fase della politica urbana europea che guardava non solo al degrado ambientale ed economico, ma anche ai luoghi in cui creare le condizioni per la crescita e l’occupazione.

Oggi, nella nuova agenda urbana dell’Ue sono le “aree  metropolitane”, i motori dell’economia e i catalizzatori di creatività e innovazione. Ovviamente ciò non significa che le stesse aree non presentino ancora problemi legati alla disoccupazione, all’esclusione sociale e alla povertà.

Sono perciò cinque le priorità individuate nella nuova programmazione dei Fondi strutturali e d’investimenti europei per  il futuro: economiche, ambientali, climatiche, demografiche e sociali. Per affrontarli l’Ue assegna il 5% delle risorse del Fondo europeo di sviluppo regionale (FSER), ciò significa che solo per l’Italia si prevedono circa 21 miliardi di euro per i programmi operativi, nazionali, regionali e delle città metropolitane e medie italiane.

La politica urbana europea ha motivato la svolta nei grandi Stati europei in direzione del rafforzamento degli strumenti amministrativi e di governo delle loro capitali, per essere da traino alla modernizzazione e allo sviluppo delle loro Nazioni. Infatti, con la fine degli anni Ottanta, le città capitali non rappresentano più soltanto il potere militare e politico della Nazione, a esse si somma anche il ruolo dello sviluppo economico e della Cultura, intesa non solo come consumo ma anche connessione tra innovazione tecnologica, accesso a beni e servizi, formazione e conoscenza.

Tutto questo avviene mentre da noi si continuava a costruire pezzi di città senza le urbanizzazioni di base. Roma oggi nella sua vastità, più delle altre città europee, presenta differenti forme e modi di abitare che costituiscono una delle tipicità. Per questo io credo c’è bisogno di lavorare in profondità sulle differenze, evitando ambiguità e incertezze, come ad esempio nel caso delle Aree o città metropolitane e il futuro delle provincie.

Le ambiguità e le incertezze hanno un solo esito: da un lato far crescere la sfiducia dei cittadini verso le Istituzioni a qualsiasi livello, dall’altro continuare a sperperare ingenti risorse europee, le sole rimaste. Roma non può più permettersi di continuare a essere illusa dalla classe dirigente della città e del Paese di essere una capitale che campa sulle spalle altrui. Roma ha delle risorse economiche, sociali e culturali che aspettano solo di essere valorizzate, indirizzate da un progetto di città capitale in una logica di partecipazione e coinvolgimento.

Di fronte alla complessità della globalizzazione, le città capitali non rappresentano più soltanto il potere militare e politico delle rispettive Nazioni, a esse si somma anche il ruolo dello sviluppo economico, della diffusione della Cultura, che diventa anche europea, e della partecipazione delle cittadine e dei cittadini al sistema di governo multilivello che l’appartenenza all’Unione europea richiede.

La necessità per Roma di giungere al livello delle altre capitali europee non può più essere rinviata, se si vuole evitare il rischio che l’Italia in un futuro prossimo sia tenuta ai margini dal processo di approfondimento dell’Unione europea. Qui stanno le ragioni di un impegno comune di tutte le forze politiche, economiche, sociali e culturali della Città, della Regione e del Paese.

Leave a Reply