RIFORMISMO COSTITUZIONALE

Una commissione bicamerale per le questioni regionali

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E se dopo la severa lezione del 4 dicembre 2016, ci incamminassimo più concretamente per le vie della attuazione e della cura “ricostituente” della Costituzione?
Per questo la proposta su cui vorrei aprire una discussione, soprattutto dopo i referendum consultivi in Lombardia e in Veneto del 24 ottobre 2017 e in vista della prossima legislatura del 2018, è questa: attuare, in attesa della riforma del bicameralismo e dopo più di 15 anni dalla previsione della legge costituzionale di riforma del Titolo V sul regionalismo rafforzato del 2001 (art.11), la possibile sperimentazione della integrazione, con rappresentanti degli enti regionali e locali, della Commissione bicamerale per le questioni regionali.

Di che si tratta? La Commissione, introdotta dalla Costituzione del 1948 (art.126) a garanzia delle autonomie, dà il suo parere sullo scioglimento dei Consigli regionali e sulla rimozione del Presidente della Regione per atti contrari alla Costituzione o per gravi violazioni di legge o per ragioni di sicurezza nazionale. Attualmente, la Commissione è composta da 20 deputati e da 20 senatori. A questi, si potrebbero affiancare, approvando apposita disciplina nei regolamenti parlamentari, esponenti delle regioni, delle province e dei comuni per l’esercizio di una nuova competenza: quella di dare pareri sui progetti di legge riguardanti le materie di legislazione concorrente e l’autonomia finanziaria delle regioni e degli enti locali (artt.117, co 3 e 119 Cost.). In caso di parere negativo o condizionato, per l’approvazione, è necessario un voto a maggioranza assoluta dell’Assemblea.

Nel 2002 un Comitato congiunto delle Giunte per il regolamento di Camera e Senato ha lavorato e proposto le norme per la attuazione dell’art.11. Non si è però arrivati ad alcuna conclusine, principalmente perché prima il governo Berlusconi, nella legislatura 2001-2006, poi i governi Letta e Renzi, nella legislatura in corso, si sono impegnati sulla riforma costituzionale del bicameralismo. Dopo i fallimenti dei referendum del 2006 e del 2016, molti costituzionalisti hanno invitato a riprendere la possibilità dell’integrazione della Commissione bicamerale per le questioni regionali; su questa possibilità concorda la stessa Commissione bicamerale, nelle due indagini conoscitive in materia di raccordi fra Stato e autonomie svolte fra il 2015 e il 2017. Ma è soprattutto la richiesta di autonomia più avanzata nei referendum lombardo- veneto e nelle procedure intraprese dall’Emilia Romagna, che richiede una legge approvata a maggioranza assoluta (art.116 Cost.), a rendere urgente la discussione in una rinnovata sede istituzionale del Parlamento, come la Commissione bicamerale integrata. Si potrebbe così affrontare, in modo trasparente e “nazionale”, questioni centrali per la nostra democrazia, non lasciando al Governo l’esclusiva della fase di avvio e di decisione, con la presentazione in Parlamento di un disegno di legge già confezionato, da ratificare.
Per affrontare le complessità dei nostri tempi e i fermenti autonomistici che percorrono l’Unione europea, fino alla estremizzazione della Catalogna, sono necessari luoghi di rappresentanza integrata della politica e di regolazione degli interessi che compongano i “conflitti di scala” fra i livelli territoriali dello spazio giuridico europeo. Per questo proporrei anche la costante audizione dei parlamentari italiani nel Parlamento europeo nella Commissione bicamerale integrata. Avremmo così una Commissione in cui tutte le rappresentanze si confrontano in modo interconnesso e pubblico con la chiarezza delle competenze e delle responsabilità.

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