ROMA CAPITALE

Il peggio è il domani figlio dell’oggi. Prove di innovazione nei municipi di Roma

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Valutando l’esito delle elezioni bisogna convincersi che il risultato è perfetto cosi.

Dopo venti anni di tentativi di riforme (scuola, istituzioni, lavoro, previdenza, tasse….), che ha visto il PD o attore o compartecipante, il poco fatto è frutto di contrasti per equilibri interni, di influenza di vincoli esterni, delle correnti con atteggiamenti cinici ed aggressivi ove non illegali, della falsa esigenza di mettere d’accordo tutti dimenticando che la democrazia è l’esercizio delle regole e non un consenso generalizzato, della falsa esigenza del rispetto delle minoranze che ha reso inutile la conta della soglia tra maggioranze e minoranze riducendola a una statistica orientativa e tutto si deformava nella ricerca dell’unanimità o almeno nella minore guerra possibile.

Nel frattempo (venti anni!) la realtà, le situazioni e le persone che vi si muovono tutti i giorni, non è stata ferma: la modernità, il futuro è già avvenuto e noi ci stiamo dentro ma osserviamo ancora con paradigmi interpretativi di un’altra era.

Ricordo e cerco di leggere alcuni degli effetti irreversibili.

Si è disintegrato il principio dell’ascensore sociale, quella salita graduale verso la migliore qualità della vita fondata sull’accumularsi sistematico di consapevolezza e benessere. Oggi si accede ai diversi livelli della scala sociale (che non si è cancellata proprio per niente) non per accumulazione sistematica ma dall’esterno in orizzontale, al livello in cui ciascuno è bravo a raggiungerlo. Come l’accesso ai dati non sequenziale ma diretto di un computer e la ricerca degli oggetti di Amazon. 5s e Lega sono egregi rappresentanti di questo metodo: si accede dove ti porta il consenso, non serve un background culturale, non serve una lettura storica, si accede non su una teoria politica o una teoria dello Stato ma si cavalcano anche con la comunicazione, con i colpi di scena, i malesseri i bisogni e i pezzi di riforme non ancora risolti. Questo è oggi il costrutto della politica che si è trovato premiato nelle elezioni. E questo corrisponde perfettamente al profilo sociale di chi li ha votati: gli aspetti più contradditori di 5s o Lega non sono tare, ma sono esattamente il profilo della società reale che oggi esiste.

Si è disintegrata la classe media, polarizzata verso due strati soltanto: chi ce la fa e chi non ce la fa, non soltanto riferito al reddito ma ad ogni aspetto della vita sociale. La divisione vera è tra chi sta in un circuito di decisioni, di conoscenza, di denaro, di consapevolezza, e chi no. E’ il risultato della globalizzazione e dell’ormai difficile modo di manovrare gli ammortizzatori sociali che, di fronte a tale situazione, devono diventare molto più variegati: un nuovo carico per la politica che deve parlare a tutti con misure spesso discordanti se non in conflitto. Ma rispetto a una linea di pensiero che deve essere variegata, anche con qualche dissonanza, per aderire ai vari volti della società, diventa esilissima la soglia con chi promette tutto a vanvera tanto qualche bisogno lo intercetta. E di questi modi chi ha vinto le elezioni è maestro.

La città, che non riusciamo più ad amministrare, non è unitaria e compatta ma è esplosa in isole, un arcipelago di qualità insediativa e sociale che chiede anch’essa misure diverse, modalità diverse di soddisfazione dei bisogni. Il villino quadrifamiliare a Corcolle è identico a quello di Nuova Palocco, entrambi vanno sott’acqua quando piove e entrambi stanno allo sprofondo, ma uno è accettato come città e uno è citato come periferia. Quindi le misure di benessere sociale e di qualità insediativa assunte dalla politica devono essere diverse nei due casi: traguardando la storia delle origini e leggendo i bisogni espressi; definendo un plafond minimo garantito e delle aggiunte personalizzate, in un grande sforzo di elasticità e di capacità di ascolto.

Insomma il futuro in cui stiamo dentro è formato da linee di evoluzione sociale non coese e non unitarie, un insieme di status self-made e qualche pezzo di riforma incompiuta. Non bisogna assolutamente pensare di riordinare tutto aggiustando le cose e tornando ad assetti ordinati con le logiche precedenti, ma ricercare equilibri davvero innovativi, in un patto sociale con una forma molteplice tutta da esplorare, che opera tra persone e strutture completamente scompaginate.

Va considerato che in questa situazione la politica degli ultimi due governi aveva tentato, quanto consapevolmente non è dato sapere, di portare un po’ di ordine e un nuovo stile di riformismo, tentato di introdurre dei passaggi innovativi sia con lo sforzo titanico di contenere chi fa ancora riferimento al passato, sia di chi deve salvaguardare le proprie rendite di posizione, sia di mantenere un equilibrio tra le varie politiche. L’esperimento è incompleto, interrotto, e oggi abbiamo un Paese completamente sgrammaticato e spesso contromano.

Da una parte è stabilizzato il principio delle quote rosa; dall’altra la prima cosa che chiedono a una figlia quando va a fare i colloqui di lavoro è se intenda avere bambini o no.

Da una parte c’è la spinta allo studio e alla formazione in una prospettiva di miglioramento ma poi passa chi è raccomandato: o la priorità della vita è il cercare raccomandazioni o lo studio deve essere collegato a qualche sistema premiante.

In questo contesto la cosa peggiore che possiamo fare è di organizzare le risposte ai problemi del domani, che è già in corso avanti a noi e insieme a noi, proiettando senza discontinuità le soluzioni di ieri, ormai obsolete e destinate a rimanere inascoltate quando non criticate. I fondamenti del riformismo sono ancora tutti da costruire.

Se proiettiamo questo ragionamento sulle prossime elezioni dell’VIII e del III Municipio è di tutta evidenza che non possiamo riesumare il vecchio nelle politiche che vengono proposte ai cittadini.

Basterebbe notare che tutti gli argomenti citati in una possibile politica municipale: casa e housing sociale, mobilità, rifiuti, grandi progetti di trasformazione urbanistica, attrezzatura del verde, patrimonio, sport, non sono competenze del Municipio oppure sono spartite malamente con i Dipartimenti. E non sarebbe opportuno esercitarsi nuovamente in una lista di promesse inattuabili. Mentre invece può essere utile una disamina dei poteri reali dei Municipi, una rappresentazione di come vengono esercitati i poteri finora conferiti, la rappresentazione delle difficoltà di esercizio di quei poteri, le necessarie espansioni degli stessi affinché il Municipio si possa muovere con autonomia per soddisfare appieno i bisogni: finché ci saranno strani rimbalzi tra Campidoglio e Municipi ciò non sarà possibile. Allora chiarire agli elettori che i programmi sono chiacchiere se non vi corrispondono poteri, spiegare quali poteri si chiedono per ottenere che cosa, e fare con queste proposte un passo avanti verso la legalità e lo Stato di diritto, può diventare convincente. Non solo, apre una prospettiva di primissima attuazione di una parte della costituzione della Città Metropolitana Di Roma Capitale che potrebbe essere utile per chiedere, alle elezioni per il Comune, l’autonomia per i Municipi e la revisione degli Statuti.

 

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