ROMA CAPITALE

Immaginare Roma, ‘riconoscere’ la forma urbana della capitale

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1 Il Paese Italia

Il futuro della nazione Italia dipende da fatti insieme simbolici e concreti: certo è necessario il miglioramento della condizione materiale, economica e sociale, interpretata da una politica innovativa e vincente. Ma è altrettanto necessario il rinnovo di un sentimento condiviso identitario, unitario: rinnovo della percezione positiva del Paese. Le ultime sfide elettorali sembrano premiare sentimenti opposti, divisivi, ma il futuro dell’Italia dipende dalla volontà di ri-fondarne il sentimento unitario di paese. Forse solo su questa sua forza si fonda il reale valore di una nazione. Solo la sua capacità di crescere nelle coscienze, nel vissuto collettivo, rende propulsive le doti che serba in seno nella competizione internazionale: alle doti concrete economiche, è necessario aggiungere la forza immateriale del sentimento sociale e culturale di condivisione dell’idea condivisa di nazione. La nostra storia in alcuni momenti lo ha favorito (il Risorgimento, la ricostruzione post bellica), ma in altri è stato indebolito o distrutto. Nei momenti positivi la Nazione ha prodotto anche un suo sentimento affettivo, radicato su immagini simboliche evidenti.

Un fattore “fisico” unificante dell’Italia, tra i valori simbolici, è sempre stata la sua identità geografica. La forma della penisola non è stato solo una mappa disegnata, ma ha dato evidenza alla sua struttura di organismo vivente e pulsante. La penisola è stata sancita come Nazione, anche spazialmente disegnata, dall’unità conquistata a metà dell’800. È stata ridisegnata con le sue Regioni. Ma in particolare è stata ripensata dal “Progetto ’80”, come organismo unitario, con linee forza che attraversavano la penisola con una loro logica d’insieme. IL Progetto ’80 è un fantasma che ci deve ammonire. Ci ricorda il fallimento della Programmazione economica, che è perdita della visione unitaria: perdita che ha deviato l’articolazione regionale verso una devolution, di cui oggi paghiamo il prezzo. Il “particulare” del regionalismo ha vinto sulla forza della unità nazionale. Ora si deve ribadire che tutte le riforme di assetto istituzionale (con ridisegno di confini e unificazione tra regioni) devono mantenere vitale una intelaiatura unitaria.

Agro Romano

Il Progetto ’80 va oggi ridisegnato, anche come risposta alla questione meridionale, per arrivare nel terzo millennio ad un effettivo compimento del Risorgimento nella rinnovata estetica della penisola, per il recupero di quella visione programmatica, di sistema unitario. Quel disegno strutturale non è stato perseguito, lasciando che prevalessero gli eccessi autonomistici delle Regioni e la fame edificatoria dei Comuni (guidata o meno da piani urbanistici, comunque territorialmente miopi). Il pulviscolo insediativo ha destrutturato tutti i territori di pianure e colline. Il paesaggio del bel paese è stato offuscato. Un logoramento identitario, che ha invaso e deteriorato i territori e indebolito o cancellato i paesaggi di maggior pregio.

La pianificazione, a livello delle regioni, ha frenato i processi, ma raramente è riuscita a ritrovare visioni di grande riordino; a livello comunale ha cercato sulla carta di frenare, contenere un fenomeno inarrestabile delle urbanizzazioni, ma la decostruzione morfologica ha continuato ad avanzare. Il “corpo” del Paese è stato appesantito nella materia (di molto: basta Google a descrivere l’ingolfamento insediativo) e indebolito nello spirito. Le fragili riconnessioni dei piani (di area vasta e comunale) di indirizzo e tutela hanno talvolta tentato una resistenza urbanistica, contrattando le trasformazioni punto per punto, meno nelle strutture: nell’insieme, una visione manca, perché il Paese non sa esprimere e non sa far emergere l’esigenza di assetto unitario. Urge riproporre, nel prossimo futuro, un grande progetto della penisola, che innanzi tutto, deve riconoscere il vuoto ideale da colmare, riconoscere che è latitante il committente di questo progetto, perché si è sopito l’orgoglio per il Bel Paese.

Va riformulato una rinnovata estetica della penisola; va data una forma del Paese, per poterlo “ripensare insieme”, come italiani, per riscoprirlo in narrazione positiva: attraente, attrattivo.

Va riscoperta l’estetica della molteplicità coordinata, condivisa nella sostanza e nella forma.

2 La capitale d’Italia.

Questa esigenza di “ancorarsi” su fatti, insieme simbolici e concreti, va posta anche per la sua Capitale, la “forma” di Roma. Perché non c’è identità di Paese, se esso non è rappresentato dalla sua sintesi felice della capitale. Lo è per la Francia con Parigi, la Gran Bretagna con Londra, la Germania con Berlino: sono tutte città viste e vissute dai propri cittadini (e da tutto il mondo) come degne rappresentanti (al massimo livello) del proprio paese. Per l’Italia, lo stesso assunto critico della fragilità simbolica della penisola si ripropone anche per Roma Capitale. Roma vive sin dall’unità d’Italia una enorme contraddizione: la grande Roma aulica e la Rometta borgatara (come diceva Quaroni, quasi affascinato da questa ambiguità).

Per rompere questo cliché negativo di contrasto stridente tra grandezza e piccolezza, per essere una rappresentazione alta del Paese, per essere, in qualche misura, l’emblema emergente, il luogo di eccellenza, insieme simbolico e materiale, Roma deve ri-formularsi, sia col ri-proporsi in modo rinnovato nella sua parte nobile, sia soprattutto nel riscoprire le doti nascoste di un corpo martoriato dell’Agro, investendo nella sua modernizzazione, verso uno standard europeo.

Schema con ruota a raggi ed anelli (P P Baldo)

Roma deve sapersi “proporre”, come visibile luogo rappresentativo della sua “nuova modernità”, cioè del futuro che può e sa incorporare. Roma deve ripensare la sua “forma rappresentativa” multipla, dal luogo più centrale (il “progetto Fori”) alle estreme propaggini di tutte le consolari romane (come assi re-inventati nei nuovi assetti metropolitani). In effetti, Roma una sua forza interna la possiede e le analisi più attente sullo stato produttivo economico dimostrano che Roma ha un trend significativo di produzioni di eccellenza. Però essa è in parte invisibile, sommersa. In effetti, Roma dagli anni ’90 ha espresso molte scelte di rinnovo urbanistico, nei tanti programmi succedutisi, dal primo Rutelli del 1994 al 2008. Tuttavia esse, da 10 anni, sembrano sotto esposte, oggi quasi dimenticate.

Gli investimenti della “cura del ferro” (l’assessore alla mobilità Tocci) e il grande laboratorio di studio e pianificazione sviluppato intorno al PRG (con gli assessori all’urbanistica Cecchini e Morassut) dimostrano che si è concepito ed avviato un grande programma di rinnovo della capitale. Ma esso dimostra oggi, alla prova dei fatti, che aveva il grande difetto di essere ancora, come progetto, in gran parte delineato solo sulla carta degli specialisti. Manca certamente un apporto nazionale di risorse. Vi sono molti difetti di attuazione. Ma c’è anche, non secondario, un difetto di rappresentazione. In particolare per l’attuazione della intelaiatura del Ferro (le opere sulla rete delle linee metro A, B e C) tralasciando i gravi ritardi (condizionate dalle problematicità gestionali degli appalti e dalla disponibilità insufficiente dei finanziamenti), va evidenziata proprio la perdita di quella iniziale carica simbolica (che oggi solo l’inaugurazione della stazione di S. Giovanni ha in parte recuperata). In generale, le progettualità principali, postulate dal PRG 2008, non sono state ancora tradotte in progetti di città, solo in minima parte attuati.

Oggi quindi, dopo la fase di stallo decennale dalla approvazione del Piano 2008, è necessaria una ampia rilettura critica, ripercorrendolo con una analisi puntuale delle singole scelte, certamente tenendo in debito conto le difficoltà esterne, ma soprattutto esplicitando gli errori interni e le carenze che ne hanno sinora condizionato l’esito.

Va colta infine una debolezza strategica del PRG che è ineliminabile: il territorio che gli compete, come area di studio e di programmazione, rimane entro il confine comunale e, pur essedo il più grande tra le grandi città italiane, in effetti esubera nella sua dimensione metropolitana reale. È l’area vasta l’unità di misura significante. Come per Parigi (si pensi al grande concorso per la Grande Paris), anche per Roma si deve andare oltre i confini comunali. Deve essere avviato “il progetto della Grande Roma” (a conclusione accennerò ad alcune prospettive morfologiche).

Ma il limite più determinante per la sua debolezza, resta quanto detto sul Piano Regolatore: non è stato sin ora un vero progetto di città. Certamente si è prodotto un corpus conoscitivo e prescrittivo di grande rilievo, completo in sé (anche troppo consistente per elaborazioni). Ma non è stato diffuso, discusso e quindi capito. Non è stato in sostanza assunto come visione collettiva condivisa, un processo complesso di cui Roma non aveva ancora le capacità di promuovere. Senza questa “assunzione collettiva”, civica e non solo politico imprenditoriale, il PRG non poteva evitare, come si è verificato, una prosecuzione incerta. Oggi da qui si deve ripartire: dalla consapevolezza della sua attuale debolezza interna da riconsiderare: una idea-forma convincente e condivisa.

Perché il futuro di una città dipende dalla persistenza emotiva simbolica nei cittadini; dipende dal divenire un progetto di città per tutti. Non può essere solo una scelta tecnica (né tanto meno una proposta di una parte), perché solo un sentimento condiviso di città, superiore alle contrapposizioni politiche, può reggere alle alternanze dei governi della città. Come sfruttare la grande elaborazione tecnica, di analisi multi-tematiche, di sintesi ed indirizzi, di codifiche e normative specifiche? Solo considerandolo un aspetto “complementare”: uno strumento tecnico rilevante, un ricco e complesso compendio (un sistema informativo territoriale di alto livello) messo a disposizione dell’Amministrazione centrale e locale, per i tecnici, per gli operatori economici, per la proprietà immobiliare. Esso è un allegato fondamentale dell’atto notarile siglato dalle forze politiche del Consiglio comunale, ma non è sufficiente.

Ciò che conta è un grande atto civico partecipato. L’atto notarile è incompleto, se manca di una visione di città, sentita, capita e realmente condivisa da tutti i cittadini, tale da essere e permanere come “richiesta civica” nella sua attuazione. E, per concludere, la “visione” si fonda su una “forma”, che traduca il PRG in termini di “disegno percepibile della città di domani”. Come per la Nazione, sarebbe servito 10 anni fa’ (e serve ancora) tradurlo in una immagine concreta, che sappia far “vedere” la città Capitale presente-futura, in cui potersi riconoscere.

È proprio la forma fisica della città che va espressa, per esibire il suo miglioramento dall’oggi al domani, per far vedere (in positivo) il suo futuro, renderlo tangibile nel volto interiore ed esteriore, nella sua “sostanza valoriale” e nel suo “corpo”. È l’idea immagine della città è da proporre come fondamento aggregante, progetto simbolico. Questo è il problema da mettere in evidenza: per Roma non si è ancora oggi consolidata una “buona forma urbana”, come patrimonio “materiale – ideale” della città (il good city form di K. Lynch). Il Piano (già nei primi schemi del Poster Plan) è stato tradotto in manifesti grafici astratti, utili all’inizio, ma che sono rimasti distanti dalla realtà: nel frattempo la “forma” attuale reale della città è risultata ulteriormente indebolita.

Questo è il problema dell’oggi: tra la Roma cliché dei turisti e la Roma inceppata della cronaca quotidiana, tra ritardi funzionali e degrado, va posto un ripensamento ed una nuova visione / rappresentazione: tra la Roma visibile (col suo volto sospeso tra bellezza e degrado) e la Roma invisibile (con il poco valorizzato motore di sviluppo) si deve inserire una precisa azione di politica culturale di “pre-visione” della città concreta, per vederne il rinnovo nei caratteri esperibili dai cittadini nella loro esperienza diretta. La “pre-visione” è necessaria per la riscoperta della “qualità fisica” della città, effettuale e potenziale. La pre-visione opera sul corpo della città. È efficace nel momento in cui riesce a renderla attraente. Interviene con un progetto riunificante della forma della città, che superi i caratteri contraddittori e conflittuali attuali, sempre oscillanti tra l’eccellenza del suo passato aulico (permanente) ed il degrado metropolitano (avanzante).

Questo progetto di città, per essere riassuntivo della consistenza ideale di Roma e potersi effettivamente “radicare”, dovrà sapersi riconnettere a tutti i momenti di vera forza conformativa di cui Roma dispone, che è articolata nelle diversissime variazioni della forma urbis della Roma antica / moderna: la Roma imperiale (dei Fori, degli assi consolari secanti, delle Terme, …), la Roma rinascimentale e barocca (le triangolazioni di Sisto V, con le basiliche e gli obelischi del Fontana), la Roma di Nathan (col piano organico geometrico del Saint Just, del 1908). Si dovrà anche capire a quali visioni audaci, ma da presbite, del piano del ’65 (di Piccinato) si possa ancora fare riferimento: quali siano ancora recuperabili e da riconsiderare (oltre l’astratto Asse Attrezzato / SDO). Ma soprattutto si dovrà individuare quale “forma urbis” può essere intravista della grande scommessa del PRG 2008 (tra intuizioni, approssimazioni, deviazioni), tenendo conto della caducità di alcune previsioni, dopo 10 anni, anche per la congiuntura economica negativa.

Per consolidare il piano ed attuarlo, per farlo uscire dallo stallo, oggi, si tratta di proporre una nuova narrazione della Capitale dell’Italia, per riallinearla alle altre capitali, all’altezza della loro statura, si deve riproporre un progetto rinnovato per la capitale.

Roma ha tutte le potenzialità di ripresa, basandosi sui valori unici, mondiali, della sua doppia valenza: essere caput mundi di storicità (l’origine dell’occidente) ed essere caput mundi della cristianità (la sua universalità religiosa). La sua relativa giovinezza urbanistica giustifica il ritardo dell’assetto fisico (disegno spaziale urbanistico e della mobilità): ma è appunto il terreno su cui continuare ad investire, come è avvenuto a partire dal 1993.

Per ripensare Roma, si deve necessariamente rileggere il percorso dal 1993 al 2008, con il ricco seminato delle due giunte di Rutelli e quella di Veltroni, rileggere le iniziali formulazioni, più ambiziose e nette, le ipotesi non discusse e sviluppate a sufficienza (lo studio delle Porte; la rivisitazione del PUP con 100 piazze ed i progetti di quartiere). Vi è una ricchezza di idee non sviluppate. Vi è un “progetto interrotto” (in parte inespresso, in parte contraddetto) che resta valido e riattivabile, dopo dieci anni di stasi (vedi al punto 3).

Per la Roma 2020 (a 20 anni dalla proposta Rutelli-Cecchini-Tocci) per la riscoperta di una Roma innovativa (che riprenda le qualità sottovalutate, come più volte suggerito da Morassut, Tocci , Causi) si richiedono due piani di riflessioni: il diagnostico (capire la Roma reale, con letture sociali economiche e politiche, con Causi e Bellicini) e il programmatico (ridisegnare la Roma “post Piano 2008”, ricalibrando le scelte ed aggiornando la cura del ferro Tocci Morassut, ma arrivando ad “immagini rinnovate di città” che siano innovative e accattivanti) che riguarda la “nuova dimensione reale”.

Vi è quindi la necessità di proporre un paradigma rinnovato, sia nella sostanza strutturale (funzionalità) che nella attrattività formale. È l’unico modo di tentare un riallineamento alla qualità urbana delle altre capitali. Innanzi tutto ripartire dal seminato abbandonato: completare la cura del ferro (linee, piazze stazioni, …) e il riscatto dello spazio pubblico (assi urbani e PUP, 100piazze centralità diffuse locali – progetti di quartiere). Poi, prioritariamente, assumere la sfida del grande corpo espanso nell’Agro. Non si può parlare solo “rammendi”.

Si deve affermare il primato dello spazio pubblico (il PUP pubblico) che pedonalizzi le strade al centro. Si deve, all’esterno, cercare l’emersione di polarizzazioni a presidio della città porosa: quel vasto e abbandonato a sé stesso mix insediativo naturale, di parti urbane e parti agricole. La sfida maggiore è questa: dare identità ad ogni unità insediativa dispersa nell’Agro, garantendo centri attrezzati adeguati ad ogni nucleo periferico e realizzando recinti verdi che li identifichino formalmente. Perché “già esiste” una città nell’agro romano, ma ancora informale. È una sorta di “città giardino”, formata progressivamente per frammenti staccati (come il mix della garden city di E. Howard) che aspetta di essere “riconosciuta” e nobilitata da un progetto che riesca a dargli forma (con poli e recinti verdi, con strutture verdi e del ferro).

Si deve riconoscere nell’esistente un “implicito progetto”. Perché questo è l’atto progettuale: dimostrare (con una evidente nuova struttura morfologica) che in Roma potranno convergere due modelli di assetto. Vi è da una parte il modello formale storico sedimentato, dalla Roma antica, alla Roma 500 e 600, alla Roma 800 900, sino alla Roma di Nathan (piano del Saint Just 1908), sino alla Roma fascista (non operaia) dei nuovi monumenti e delle residenze piccolo borghesi). È la Roma dei grandi disegni conformativi storicizzati, che chiedono solo di essere rispettati nella gestione dello spazio pubblico. Vi è dall’altra il modello informale provvisorio della Roma irregolare, del boom edilizio, la diffusa Roma abusiva, irregolare (cui si è contrapposto in astratto la Roma regolare, che ha delineato per trent’anni, senza attuarlo, un asse attrezzato, dal primo dopoguerra al piano di Piccinato del ’65, alle irriconoscibili parziali attuazioni dello SDO).

E la città provvisoria chiede una sua innovativa formalizzazione, che superi la narrativa dello SDO, che ha fatto sopravvivere un’immagine finta (irrealizzata / irrealizzabile), su cui si sono attuati pesi insediativi reali e pesanti. La “fuga in avanti” di Piccinato (una Roma “lineare” ridisegnata da una macro struttura / grande viale tra Eur e stazione Tiburtina) si è tradotta una nebulosa insediativa destrutturata di frammenti, pezzi di infrastrutture interrotte e pezzi di quartieri informi, appesi a quelle infrastrutture irrealizzate. Il grande segno dell’Asse Attrezzato è solo una grande “assenza”, mentre sono proliferate le parti meno strutturate del Piano, quei quartieri disegnati come grappoli di patatine (Quaroni parlava appunto delle “patate del piano”). Ieri, a quel grande progetto tradito dalla storia urbana (la città “astratta” e la città “spontanea” sono le due espressioni della espansione a macchia d’olio), si è opposto un nuovo PRG. Se il concetto è accennato dal Poster Plan degli anni ‘90 e normato dal PRG 2008), esso non ha trovato la sua conformazione matura come “forma urbis”, né all’interno dei confini comunali, né ovviamente all’esterno del territorio comunale (e neanche il Piano provinciale ha potuto assumere questo compito conformativo).

Oggi, dopo trent’anni, si può tentare per il 2020 il riavvicinamento progettuale tra “classico” e ”informale”, tra l’amministrativo istituzionale e il conformativo reale. Oggi può essere trovata una nuova forma urbis (Roma – Agro) che faccia ben convivere la forma aulica antica, classica, la forma moderna, con la forma metropolitana innovativa. La convergenza richiede: (a) tutela e rafforzamento della classicità della forma urbis centrale (per grandi assi e viali urbani della città consolidata); (b) riordino e ridisegno di “area vasta” della valle del Tevere / Agro romano (per assi insediativi / poli a rete della città nucleare dell’Agro).

Schema a 5 anelli e città lineare (PP Baldo)

È il momento di “riconoscere” che una certa forma, anche riordinante, esiste già, nel disegno infrastruttura / natura del ferro e della idrologia: serve “renderla visibile”. Essa è, per la parte centrale, il modello della ruota, con gli anelli della gomma e i raggi del ferro [1]. È, per la parte esterna, il modello delle città lineari delle consolari e grandi arterie connesse ai poli esterni, che attraversano il sistema nucleare insediativo ridisegnato nel verde.

Per la città centrale consolidata, è da perseguire il modello della ruota con raggi e anelli. Una ipotesi che riesce a dare “forme urbane” alle scelte del PRG 2008, con un policentrismo effettivo di eccellenze autentiche, cioè con funzioni primarie ri-localizzate riallineando le centralità “sghembe” sul ferro. Per la parte esterna della “Città – Agro” il modello multi assiale delle consolari riunifica le città lineari delle grandi arterie connesse ai poli esterni, conformate dal verde dei cunei e corridoi ecologici.

Questa idea di città è evidente in planimetria: la struttura primaria della città diventa idea forma. Essa sarà percepita da tutti i cittadini (la good city form di Lynch) nello spazio vissuto: assi che diventano viali di riqualificazione polivalente (mobilità e ambiente), messi in reti penetranti nei tessuti.

Una Roma sarà accattivante se dimostrerà di saper avvicinarsi ad un unico “modello di alta qualità”, funzionante e sostenibile al centro e all’esterno, sapendo che solo le idee di città “immaginifiche”, memorizzabili, possono essere condivise. Cioè, dimostrare di realizzarsi in un bel corpo. Catturare le sguardo con anticipazioni di disegni e plastici della città, che di-mostrino forme realizzabili, per rendere bello il corpo della città, per dare corpo alla citta. Come nella città antica, come nelle capitali dell’ottocento (Parigi 1850 -90 di Haussmann), come nelle altre capitali europee, l’urbanistica “esiste” nel momento in cui si fa corpo, cioè architettura della città, disegnando assi, tessuti, monumenti di riferimento, spazi e verdi conformativi.

A Roma mancano i segni della contemporaneità, se non per frammenti nobili (EUR, Asse della musica, pezzi di qualità dell’edilizia pubblica, isolati dispersi nella frammentazione periferica).

Il modello della Ruota richiede di costruire “segni primari belli”, cioè evidenti – semplici (come l’uomo di Leonardo iscritto nel quadrato – cerchio), consolidabili progressivamente per progetti urbani “convergenti” sull’obiettivo morfologico evidente.

Questo modello “immaginifico” è possibile. Basta svolgere una “ri-elaborazione a lato” della vicenda urbanistica dal ’94 al 2004, accentuando il valore provocativo nello specifico del disegno proposto, con una interpretazione dell’urbanistica come evento dialogico della città, momento di sintesi del sentimento della citta sociale e politica (civitas) e della sua forma materiale (urbs) per promuovere una architettura della città, che è idea che si fa pietra. L’idea esiste se si fa corpo, se si realizza in un “corpo della città”, che per essere sentito dalla civitas, deve come urbs essere bello.

3. ripensare la strategia del PRG 2008, oltre il confine comunale.

È dal 1994 che si è ripreso il grande tema di confronto civico su “come rinnovare la capitale”, come indirizzare i due aspetti complementari del suo volto fisico e della sua capacità di esercitare tutte le funzioni urbane (ordinarie e straordinarie) per i cittadini romani, per gli italiani, per il mondo intero. Su tale confronto si è registrato un accumulo di idee, proposte progetti ed azioni concrete attuative, che rappresenta un grande patrimonio di idee e progetti. Patrimonio che è, ad oggi, fatto in gran parte di “progetti interrotti”, che per l’appunto aspettano di essere ripresi in considerazione. Quel PRG non va considerato come punto di arrivo. Per sua natura, è l’avio di tutte le azioni attuative. Èdi fatto è un processo ininterrotto, che invece a Roma si è arrestato.

Oggi, a 10 anni dall’approvazione, si richiede un aggiornamento di “visione”: va ripreso e arricchito l’insieme delle realizzazioni parziali e delle ipotesi, per ritrovare sintonie di vedute, terreni di confronto, anche attraverso le necessarie critiche ed autocritiche. Va riconsiderata ogni formulazione, nello stesso lessico. Il lessico del PRG si basa su invarianti non negoziabili, sistemi e regole, rete ecologica. Ora va, per così dire, ri-raccontato in un “lessico del Patto di città”, per uno “statuto per la città” non evasivo, non astratto, ma che si inveri in una nuova narrazione concreta completa aggiornata, come forma di città e funzioni urbane del terzo millennio.

Solo a titolo di breve excursus, tralasciando le vicende alterne dell’ultimo decennio (dal PRG del 2008 ad oggi 2018), ripropongo alcune idee guida per il Progetto Roma, a partire dal programma del Poster Plan del 1995. I temi rilevanti, tutti da riprendere criticamente, hanno riguardato il “policentrismo” e la cura del ferro. In particolare:

(A) le Centralità urbane e metropolitane,
(B) il Piano di Assetto Generale del nodo di Roma di FS.
(C) le due reti: rete del ferro e rete ecologica. Sono temi tutt’altro che assodati.

Schema a grappoli con nuclei insediativi (PP Baldo)

Pongono interrogativi rilevanti: vi sono in particolare alcune grandi sottovalutazioni, come il sistema delle trasformazioni intorno alle grandi stazioni dell’anello del ferro. È un sistema che dovrebbe a buon titolo essere considerato una “centralità lineare”: la più strategica per la riconfigurazione della parte centrale della città. Ma, più in generale, è stato quasi rimossa la visione complessiva del PAG (programma di Riqualificazione Aree Ferroviarie) del 1995: un Piano “progressivo”, che doveva essere considerato meno immobiliarista e più strutturale, non solo regolatore, ma anche conformatore, non solo composto da tanti progetti urbani, ma anche riferito ad un’unica “forma urbis complessiva”.

  1. Le Centralità[2] sono state tutte localizzate e zonizzate, ma in sostanza non attuate. Esse sono, guardando alle finalità e alle strumentazioni a garanzia della loro funzione di attrattore primario di eccellenza, ancora ipotesi, introdotte come localizzazione ma da riconsiderare come attuazione. Affinché il Piano possa essere perseguito nelle più genuine ipotesi iniziali, va posta una critica attenta: va posto il quesito sulla loro vera natura, su quale efficacia di ruolo abbiano avuto e quale possa essere raggiunto. Schematizzando, il Piano ha da una parte sopravvalutato le Centralità esterne e dall’altra sottovalutato le Centralità interne. Il livello strategico era ben difficile da perseguire all’esterno: le nuove polarità inserite nella periferia potevano / potranno garantire una nuovagravitazione metropolitana, non facile, in mancanza di funzioni di alto livello attrattivo. Il Piano ha dall’altra, per le centralità interne, introdotto con “l’Ambito di programmazione strategica della Cintura ferroviaria” una pura “indicazione”, non una precisa prescrizione. In conseguenza, ha di fatto proposto una sorta di appiattimento di previsioni in un’unica generica zona urbana intorno al centro consolidato. Al contrario, quella deve essere considerata la principale tra le opportunità più strategiche di riconversione del centro città: doveva essere zonizzata (in sistemi e regole) come scelta prescrittiva non in diverse centralità (Trastevere, Ostiense, Tiburtina) ma come unica centralità lineare che accomuna tutte le stazioni presenti su l’Anello del ferro.
  2. Il PAG è il programma generale di riassetto del Nodo di Roma (52 stazioni, maggiori e minori) [3] , che consente il riassetto urbanistico unitario dei luoghi strategici, di massima accessibità collettiva della città. Era una opportunità unica concreta di riqualificazione della Città, anzi la più grande occasione, per estensione e collocazione, paragonabile a tutte le grandi occasioni sfruttate nelle altre capitali per l’utilizzazione delle “grandi aree dismesse” al centro delle città. Tale programma di strategia unitaria di Roma, inserito nel PRG, si è fermato, non più rimesso tra gli obiettivi primari della città. Stessa sorte ha avuto lo studio delle Porte di Roma” [4]: una visione, logico progettuale stringente, fondata sulla mobilità di Roma, che delinea e, per cosi dire, “costringe” a riconoscere la più forte struttura della città, con una visione selettiva dei luoghi di massimo valore urbano collettivo. Ambedue queste opportunità non furono colte nella misura che meritavano. La loro condivisione come “sfida civica” non è avvenuta, ma restano oggi tra le opportunità ancora validabili sul tavolo delle scelte per un “piano progetto di città”. L’Anello del Ferro (i progetti sulle aree ferroviarie delle grandi stazioni Trastevere, Ostiense, Tuscolana, Tiburtina) può ancora essere il più grande progetto urbano, da rimettere in primo piano e riprendere, appunto considerandolo come unico organismo polifunzionale: una Centralità lineare intorno al Centro Storico che sia considerata la linea-forza dei “luoghi urbani centrali”, segno primario della Forma Urbis, che avvolge e delimita il Centro Storico. L’Anello ha forza strutturante e riconfigurativa. È il luogo deputato per l’atto fondativo di una nuova idea di città, serbatoio delle aree strategiche trasformabili, ai limiti del centro città, il più accessibile (trasporto su ferro FS, FM e Metro). È insomma la zona più pregiata della città, per servizi di livello urbano, su cui investire per un ripensamento dell’assetto fisico funzionale di Roma. È una Grande Architettura lineare” della Roma futura.[5]
  3. L’Agro è attraversato da due strutture territoriali che travalicano necessariamente i confini comunali: la rete del ferro e la rete ecologica. Parzializzarle al solo il territorio comunale e non allargarsi a tutte le aree esterne è ovviamente una limitazione oggettiva del PRG che, secondo la legge urbanistica (L. n. 1150 del ’42) deve essere strumento “regolatore” solo del territorio comunale. Questa limitazione è grave, rispetto allo stato di fatto, dato che la cintura esterna metropolitana partecipa alla vita della Capitale. Essa è anzi la sfida principale della “nuova forma urbana”. Come l’Asse Attrezzato fu concepito in relazione alle grandi direttrici territoriali, per cui il GRA non era riconosciuto importante come anello, ma solo nella parte condivisa con l’Autostrada del sole, così oggi va riconsiderato tutto l’assetto della città metropolitana, l’area vasta dell’Agro romano, nella sua spazialità complessiva, compresa tra i sistemi vulcanici dei Castelli e del lago di Bracciano, lo “scalino territoriale” della pedemontana appenninica, con la “porta” di Tivoli.

Quindi la visione della Capitale, come struttura complessa metropolitana, riguarda due forme primarie: quelle avvolgenti delle tre anulari che riguardano il “centro”, quelle radiali dei due sistemi, naturale ed infrastrutturali, che si prolungano nella conurbazione dell’Agro, attraversando la sua forte “porosità”. Questo carattere “extra PRG” è quello da approfondire di più. È una condizione per ora priva di un progetto guida, che assume caratteri di interesse progettuale per le ampie aree interstiziali, rimaste naturali e agricole, che assumono la funzione di distanziare e conformare i nuclei insediati dispersi.

Sintetizzo per punti le principali sfide progettuali già definite, per il rinnovo urbanistico di Roma:

  1. L’Anello del ferro è il “nuovo asse attrezzato” (più vero e corretto di quello del ’62 di Piccinato) rappresentato dal sistema dell’Anello infrastrutturale insediativo (secondo l’accordo di programma tra Comune, Regione, Stato ed FS sul nodo di Roma e i successivi piani di assetto delle aree ferroviarie), che riunisce tutte le aree ferroviarie e le aree dello SDO (già singole centralità) Esso è un “centro-città lineare” (unica centralità in linea curva): la più importante occasione di riconversione della città centrale e quindi cuore rinnovato della Capitale (tuttora “rimosso” né pubblicizzato), luogo deputato all’atto fondativo a base di una nuova idea di città, non solo ipotesi strategica, ma già oggi fattibile e a portata di mano.
  2. Le “porte” di Roma[6] sono un sistema unitario di fuochi (“porte” di area metropolitana, del GRA, della seconda fascia, della città storica, cioè l’anello del ferro), da reinserire nel PRG, come vera formula delle polarità “rigenerative” (promuovendo più di cinquanta centri città a massima accessibilità).
  3. Le “linee radiali” delle Ferr. Reg. sono le città rifunzionalizzate lungo le linee FR del ferro (ad es.: “città lineare cassia” con Università, Ospedali, grandi parchi).
  4. Le “linee radiali” della Metro C sono le città rifunzionalizzate lungo le nuove linee metro” (es via Casilina riconfigurata dalla nuova Metro: recupero urbano intorno alle stazioni).
  5. le “linee anulari” dei viali urbani sono i tre grandi Anelli: il GRA (riconnesso alle parti urbane esterne e ai parchi ambientali); la circonvallazione verde (dal vale Togliatti al passaggio a nord ovest di Pineta Sacchetti / viale Newton).
  6. l’ideogramma a livello macro: per la galassia insediativa metropolitana, si distingue la Roma storica centrale e di quella esterna esplosa del dopoguerra. Nell’insieme la matrice strutturale è costituita dalla “Ruota dei tre anelli” e dalle “dita radiali delle città lineari protese nell’agro, che attraversano la città giardino dei nuclei periferici e dei piccoli centri rimessi in rete coll’Agro[7].
  7. la qualità a livello micro: lo “spazio pubblico” riconquistato al pedone (da “100piazze / nuovo PUP” ai “progetti di quartiere” sono la micro-rigenerazione urbana della sosta e sistema pedonale ristrutturati [8].

Va ribadito, in questo quadro, il paradigma fondante del riequilibrio urbano, che si basa sulle tre componenti, della mobilità (infrastruttura), dell’ambiente (ecosistema), dell’insediamento (tessuti edilizi). Se la mobilità è la più forte “leva di modificazione gravitazionale” essa deve guidare la riqualificazione della città, con una funzione ordinatrice e di promozione di progetti di rigenerazione urbana, di valore strategico, perché unisce centro e periferia, sanando i caratteri negativi della periferia: l’Agro romano quasi contrapposto alla città eterna. La mobilità è innanzi tutto garantita da una struttura primaria (ferro + gomma), da utilizzare come motore di riqualificazione della Capitale. Essa è morfogenetica e determinerà la “nuova forma della città”, se si completeranno le tratte mancanti, per raggiungere un modello urbano completo, delineato dalla mobilità (tra GRA e reti metro): una grande ruota con raggi di ferro (l’accessibilità centripeta delle Metro e FS regionali) e anelli di gomma (le tre tangenziali ad anelli concentrici), da assumere come telaio primario di riordino, di riequilibrio dei pieni urbani che va a “servire”, sui tre livelli dimensionali della struttura generale metropolitana, delle morfologie dei tessuti, delle emergenze urbane.

Per ritrovare una condivisione in un progetto di “ripresa di prospettiva”, una valida Agenda per la Capitale dovrebbe riproporre un’idea di città con “primato chiaro”, che tiene tutto, e con una strategia sentita e condivisa, partecipata. Cioè, dovrebbe riprendere un percorso pianificatorio più strutturale: non fondiario (destino immobiliare delle singole proprietà) ma di indirizzo prospettico (politicamente necessario, anche se non richiesto dalla legislazione regionale retrodatata), fondato sulle scelte infrastrutturali. Dovrebbe aggiornare le linee di sviluppo “desiderate” fattibili comprensibili, meno dettagliate sul fondiario (superando la rigidità di “sistemi e regole”), ma più esplicite negli obiettivi di sviluppo. Necessarie per convincere la nazione che vale la pena investire in una capitale della Nazione, rinnovata, in una sfida onerosa, ma necessaria a vantaggio di tutti.

Si dovrebbe, per così dire, passare da un “piano delle certezze” ad un “piano delle volontà” collettive necessarie a dare qualità (efficacia efficienza) alla Roma che compete con le grandi città mondiali). E tali idee di città non possono che essere promosse dalle strategie della mobilità. Vanno ripresi, e più precisamente mirati, gli obiettivi di qualità dei grandi progetti urbani connessi alle grandi infrastrutture, evitando attuazioni parcellizzate, ma segnando i “confini programmatici” delle azioni strategiche da attivare in modo coordinato. I progetti urbani saranno “di riconfigurazione e rigenerazione”. Prima di attuare le scelte urbanistiche in architetture, devono “far vedere”, essere di guida per un percorso conoscitivo, che accumula immagini-idee di riconversione urbana. Costruisce scenari e sostiene politiche. Ecco la sfida: attuare il “progetto di consenso e educazione della Committenza”, a Roma.

Su queste direttive si può fondare il progetto condiviso di città, se l’opinione pubblica (le politiche cittadine sembrano impreparate a un simile salto di mentalità) riuscirà ad essere “committenza che pretenda”: che richieda un alto livello di progettualità per il rinnovo urbano, come da decenni è avvenuto nelle altre grandi città europee. Vanno aiutati tutti i luoghi di crescita civica, tutte le associazioni espressione della committenza collettiva, le iniziative che offrano il terreno di cultura di una “didattica civica”. L’aiuto non può che essere l’offerta di progetti dimostrativi di concrete azioni di rinnovo: offrire figure di rinnovo urbano, efficaci comprensibili.


Note:

[1] Vedi gli schemi di PP Balbo

[2] Linee espresse dall’ass. Cecchini: “il progetto urbano, multivalente, metodo indispensabile per la nuova urbanistica, ma … 1 liberazione dalla mappa delle proprietà immobiliari: perequazione, … 2 fattibilità, coordinare interventi necessari fattibili, 3 organicità e integrazione di progetto nel contesto, … 4 flessibilità e sostenibilità ambientale, … 5 partecipazione: concertazione istituzionale e spontanea.

[3] Accordo di Programma siglato tra Ministeri, Ferrovie, Regione e Comune.

[4] promossa dall’assessorato alla Mobilità / Dip. VII. Vedi la pubblicazione “le Porte di Roma” (coordinato da Carlo Maltese).

[5] avvalorata da un concorso internazionale (promosso da Comune e Duemila S.p.a. (Marchini amministratore delegato di Roma dal 1995 al 1998.) da cui scaturì una consultazione tra i più importanti architetti a livello mondiale, che elevarono il livello culturale a quello già proposto per altre capitali europee

[6] un’idea di visione generale della mobilità urbana, fondata sui grandi luoghi dello scambio, elaborata in Ass. Mobilità, con W. Tocci. Il “sistema delle porte” di Roma (porte di area metropolitana, del GRA, della seconda fascia, della città storica, cioè l’anello del ferro), un’idea di grandi luoghi dello scambio, ripresa dal PRG solo in parte, malgrado rappresenti la vera formula di centralità “rigenerativa” a partire dalla mobilità.

[7] è una figura complessiva chiara: una Ruota dell’Anello del ferro (intorno al Centro storico, con le Centralità maggiori interne sulle Aree Ferroviarie), da cui partono i Raggi del ferro, protesi all’esterno, che raggiungono le centralità metropolitane, decentrate e di minore consistenza. L’Anello del ferro riguarda le aree ex ferroviarie di trasformazione urbana continua da Quattroventi, a Trastevere, a Porto Fluviale, a Ostiense, a Tuscolana e Tiburtina, da esso dipartono i raggi dell’FM3 verso S. Pietro (e verso le Centralità S. Maria Pietà, La Storta Cesano), dell’FM1, verso Fiumicino (e le Centralità Magliana e Fiera di Roma), della Metro C e della futura metro D, della metro B (che si prolunga verso il mare, riunificandosi con la Roma Lido, verso le centralità di Castellaccio e Acilia, oltre a quella “storica” dell’EUR). Le ferrovie metropolitane regionali (FR) possono supportare dei “sistemi integrati lineari” che si specializzano come città tematiche lungo le linee del ferro, come la FR3 / “città lineare cassia” con Università ed Ospedali. La linea Metro C sostiene il “sistema di riconversione urbana” della Casilina (piano di riqualificazione dei quartieri attraversati dalla nuova Metro, come recupero urbano intorno alle stazioni e governo pubblico della rendita).

[8] (a) il “nuovo PUP” riprende l’idea di Centopiazze, rivisitandolo con i “progetti di quartiere” che qualificano lo spazio pubblico dei Municipi, dalla sosta ristrutturata al sistema pedonale potenziato. (b) “i viali urbani anulari”: quello esterno del GRA riconnesso alle parti urbane e ai parchi ambientali; quello intermedio della circonvallazione verde completata dalla Togliatti al passaggio a nord ovest; quello più interno, compreso tra la tangenziale dell’anello del ferro ed i lungoteveri.

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