Roma Capitale

La Roma che verrà

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La città di Roma sta attraversando una profonda crisi.

Una crisi strutturale e di sistema che comporta alti costi sociali.

Il problema non sono solo le buche sulle strade, l’abbandono dei rifiuti, i parchi storici e i giardini incolti, gli edifici pubblici in decadenza, desta molta preoccupazione l’abbandono della città di una buona fetta di Terziario avanzato.

Il progressivo trasferimento a nord di molte funzioni strategiche del terziario è una delle cause del vertiginoso calo dei livelli occupazionali e sta provocando a Roma e nella sua area Metropolitana un anche impoverimento della qualità del lavoro.

Questa emorragia è iniziata con la delocalizzazione della grande banche e delle grandi aziende non più pubbliche. Negli ultimi anni assistiamo a Roma anche ad una forte riduzione dei livelli occupazionali nella Pubblica Amministrazione aggravata dalla perdita del sistema televisivo privato e buona parte della produzione RAI.   Le ultime vicende poi di Alitalia non sono rassicuranti e potrebbero avere serie ripercussioni anche sull’indotto.

Questo fenomeno ha accentuato lo squilibrio tra rendita e valore aggiunto, con conseguente proliferare di attività più legate allo sfruttamento del patrimonio esistente e non alla produzione delle idee.

La progressiva riduzione di risorse pubbliche da destinare a supporto del sistema culturale e artistico e del terzo settore in genere ha ridotto lo scambio fecondo tra Istituzioni e Nuove energie, comprimendo non solo il PIL della città ma anche la sua anima.

Il suo ruolo di Capitale non sembra più così scontato

Occorre mettere la “questione Roma” al centro dell’agenda del Paese.

È necessario ripensare il rapporto tra Roma e gli altri livelli istituzionali, partendo della Città Metropolitana dandole corpo, poteri e risorse finanziarie adeguate alle funzioni che deve svolgere.

Un ruolo importante per la ripresa della città la possono svolgere i Municipi di Roma.

La constatazione che una grande metropoli come Roma non potesse essere governata solo dal Campidoglio e la necessità di rendere più efficiente ed efficace l’azione amministrativa ha spinto la Giunta Capitolina a guida del Sindaco Francesco Rutelli ad aprire un ampio dibattito nella città e nella amministrazione su quale ruolo e funzione dovessero avere le Circoscrizioni.

Roma è stata una delle prime città a dare una forma al decentramento.

Con la deliberazione n.10 dell’8 febbraio del 1999 è stata varato dal Consiglio Comunale il Regolamento del decentramento. Alla Circoscrizioni veniva devoluta l’erogazione dei servizi di prossimità “nella prospettiva della costituzione della Città Metropolitana e della costituzione dei comuni Metropolitani” .

Il piano del decentramento prevedeva una riforma radicale della macchina amministrativa con il graduale trasferimento ai Municipi di personale e risorse adeguate.

I servizi anagrafici, quelli relativi al commercio, all’edilizia, la manutenzione degli edifici pubblici, di quelli scolastici, delle strade ad eccezione di quelle ad intenso scorrimento, delle aree verdi, la pianificazione e l’erogazione dei servizi sociali, la valorizzazione della cultura, dello sport del turismo, l’interazione con la progettazione dei piani di formazione nelle scuole, la progettazione urbanistica ecc…

Un disegno complesso che costituiva la prima fase di un cambiamento radicale che prefigurava una autonomia dal Campidoglio, coinvolgeva il concetto stesso di rapporto con il territorio e proponeva un patto di alleanza con una burocrazia più leggera e moderna.

Nel 2001 a seguito della riforma del titolo V parte II della costituzione le Circoscrizioni diventano Municipi e il Presidente diventa una carica elettiva come quella del Sindaco.

Assistiamo quindi da un lato alla consapevolezza sempre più grande da parte dei cittadini che il Municipio sia il primo livello di accesso alla amministrazione comunale e dall’altro il crescere di una forte aspettativa circa la possibilità di accelerare ed abbattere le lungaggini della burocrazia.

È forse in quella fase che si è manifestata più compiutamente la spinta dei Municipi ad una maggiore autonomia e la resistenza più o meno evidente del Campidoglio ad attuare in modo compiuto il regolamento del decentramento. La personalità dei Sindaci e le resistenze dei dipartimenti centrali a perdere competenze, hanno sottoposto gli Enti di prossimità ad una oscillazione nell’ applicazione del regolamento del decentramento.  Con la progressiva contrazione delle risorse nei bilanci e del personale amministrativo, i Municipi hanno vissuto e vivono la difficolta quotidiana di esercitare un’azione di governo incisiva.

La mancanza per ben 7 anni di un piano investimenti dal 2008 al 2014 e le poche risorse destinate nei recenti bilanci alla realizzazione di pubblici interventi, l’inadeguatezza delle risorse di spesa corrente, ha di fatto depresso i Municipi limitando la loro possibilità d’intervento, contribuendo così ad alimentare la sfiducia dei cittadini nelle istituzioni locali.

Lo statuto della Città Metropolitana di Roma prevede che i Municipi diventino comuni metropolitani.

Nella architettura della citta metropolitana, tutta ancora da realizzare, sta il nodo da sciogliere per liberare risorse, per attrarne di nuove e contribuire così allo sviluppo di Roma e della sua area metropolitana.

Il Dossier delle Città Metropolitane pubblicato nel marzo del 2017 dalla Presidenza del Consiglio, Dipartimento degli Affari regionali e delle Autonomie, ci dice che le più grandi città italiane, Roma in primis, danno un contributo molto basso al PIL e alla modernizzazione del Paese. Questo deficit sistemico è dovuto principalmente al un ritardo nella definizione di politiche volte a creare condizioni favorevoli allo sviluppo economico nei diversi ambiti territoriali. Non possiamo non tenere conto, che queste politiche passano per l’adeguamento dei sistemi istituzionali.

Ripensare l’amministrazione è necessario per sfruttare quel valore aggiunto che i singoli territori possono dare ai sistemi di impresa intesi nella loro accezione più ampia e in particolare i contesti urbani, in quanto ambiti nei quali si ritrova la massima concentrazione del capitale materiale e immateriale di un Paese.

Il Governo deve approntare una agenda delle politiche urbane nazionali mettendo Roma al primo posto.

La discussione è ancora aperta su quale disegno istituzionale debba essere tessuto per la città metropolitana di Roma.

La Roma metropolitana, dovrà concentrare su di sé le ampie funzioni di pianificazione territoriale, lasciando, con simmetrica devoluzione verso il basso, ai Comuni metropolitani e quindi anche ai suoi 15 Municipi, l’azione di governo territoriale, in piena autonomia di bilancio, tenendo conto anche delle nuove omogeneità tra territori di comuni confinanti.

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