ROMA CAPITALE

Quale traiettoria di sviluppo per Roma e quali strumenti urbanistici a disposizione di una Capitale dai confini dilatati?

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«Il catalogo delle forme è sterminato: finché ogni forma non avrà trovato la sua città,
nuove città continueranno a nascere.
Dove le forme esauriscano le loro variazioni e si disfano, comincia la fine delle città.»
Italo Calvino, Le città invisibili.

L’azione della disciplina urbanistica moderna ha inizio con la crisi della città antica che coincide con la rivoluzione industriale e con la comparsa dell’«alternativa egualitaria». L’ordinato assetto del territorio diviene prioritario – coinvolgendo settori e materie diverse in un unico sforzo regolativo – quando bisogna «controllare» e «governare» la città, luogo fisico nel quale evolvono i sistemi produttivi, si accelerano i processi tecnologici, si ha una sovrapproduzione di beni e l’urbanizzazione diviene impetuosa all’aumentare del fabbisogno abitativo dovuto alla migrazione interna che distrae da impegni agricoli la manodopera.

Roma, Quartiere Monte Sacro – Città Giardino, tessuti a villini otto-novecenteschi (T5) e novecenteschi (T7) (Fonte: INU Lazio)

L’urbanistica moderna, quindi, non nasce contemporaneamente ai processi tecnici ed economici che fanno sorgere e trasformano la città industriale, ma si forma in un momento successivo quando gli effetti quantitativi delle trasformazioni in corso sono divenuti evidenti ed entrano in conflitto fra loro, rendendo inevitabile un intervento riparatore del soggetto pubblico. Sono “i nuovi rapporti di produzione” – e le conseguenti ricadute in ambito igienico-sanitario, abitativo, della tutela dei beni culturali – ad aver bisogno di nuove regole che disciplinino i rapporti tra privati e di questi con l’autorità pubblica pianificatrice. In ultima analisi, è la città industriale a necessitare di nuovi ed efficaci strumenti per regolare gli emergenti rapporti tra proprietari, le funzioni differenti cui lo spazio urbano è destinato e gli ambiti di vita che riguardano le attività pubbliche e quelle private.

Si tratta di una evoluzione importante poiché investe sia l’ambito di interesse della pubblica amministrazione sia i criteri tecnici ed ideologici della disciplina urbanistica, che ingloba aspetti economici, sociali e politici incardinati irrimediabilmente sui principi di libera iniziativa privata e di economia di mercato. Gli ambiti urbani, originariamente sede di crescenti contrasti e funzioni, sono divenuti organismi capaci di rispondere alla nuova e prorompente domanda di funzionalità tecnica e sociale che il sistema economico impone.

Sulla scorta di questa premessa e, ovviamente, della peculiarità che deriva dalla funzione capitale del nuovo Regno d’Italia prima e della Repubblica Italiana dopo che si deve leggere la storia urbanistica di Roma, la sua smisurata crescita a macchia d’olio lungo le antiche strade consolari, la densificazione di alcuni suoi quartieri per effetto degli enormi valori fondiari, la vastità del suo patrimonio edilizio di qualità spesso scadente e nemmeno autorizzato per ospitare imponenti masse proletarie provenienti soprattutto dal sud e centro della Penisola.

Oggi, la continuità spaziale e, soprattutto, la stretta integrazione territoriale in atto impongono di rinnovare il punto di osservazione dei complessi rapporti fisici e spaziali che investono la città: da una parte, si confrontano l’adattamento locale delle popolazioni al fine di usufruire di servizi e infrastrutture comuni, di partecipare alla ricollocazione delle attività occupazionali e delle risorse produttive sul territorio e, dall’altra, una rinnovata strutturazione del tessuto economico per partecipare alla competizione nelle forme globali.

Ma allora nel mondo nuovo che viviamo, quello della “fine del lavoro” di Rifkin e della “società della conoscenza” del Trattato di Lisbona del 2000 – cui corrisponde una nuova economia post-fordista e della conoscenza –, quale deve essere l’evoluzione urbanistica della capitale d’Italia? E prima ancora: entro quali limiti spaziali è possibile pensarne la pianificazione e la traiettoria di sviluppo?

Meditare sulla Roma contemporanea e del futuro vuol dire inevitabilmente concepire la disciplina urbanistica non solo come governo dei conflitti sull’uso del suolo, ma come governo delle dinamiche di sviluppo di segmenti del processo di produzione, di definizione degli indirizzi di avanzamento tecnologico, di organizzazione del capitale umano accumulato e della qualità della vita che ambienti urbani offrono. L’urbanistica moderna si occupa più che nel passato, quindi, di quella che gli economisti definiscono “catena globale del valore”, ovvero della riduzione dei costi di produzione e transazione, del potenziamento delle esternalità positive presenti sul territorio, delle condizioni migliori per dotare la città di beni e servizi, della produzione e organizzazione del lavoro per sostenere la competizione globale e della definizione degli spazi urbani e dei servizi locali al cittadino per garantire la coesione sociale.

Pianificare Roma vuol dire organizzare i molteplici fattori che sovrintendono la programmazione economica, la pianificazione territoriale e la gestione amministrativa di una grande città metropolitana connessa ad un esteso territorio comprendente una vasta porzione del centro Italia. E bisogna farlo mentre tanti nodi del passato sono ancora in larga parte irrisolti: dal controllo della disordinata crescita urbana all’incapacità di individuare strumenti di recupero della rendita fondiaria per finanziare la città pubblica; dall’asimmetria tra il decadimento delle previsioni pubbliche di Piano e il perenne mantenimento delle aspettative private; dall’impiego dei costi di costruzione per finanziare la spesa corrente alla perdita di un disegno urbano complessivo e coerente per l’impiego di nuovi strumenti attuativi istituiti tra il 1990 e il 1993 (accordi di programma, programmi integrati di intervento, programmi di riqualificazione, programmi di recupero urbano); dal depotenziamento progressivo degli strumenti ordinari di finanziamento della città pubblica (imposizione fiscale sul patrimonio, tassa di miglioria, oneri di costruzione, ecc.) alla difficoltà di impiegare forti investimenti per organizzare la rete infrastrutturale e potenziare il trasporto pubblico locale per gestire l’enorme pendolarismo.

Questa complessità impone specifici interventi normativi e tecnici entro il rinnovato quadro prodotto da una nuova Legge urbanistica nazionale, ma in primo luogo interroga sulla struttura istituzionale che governa una metropoli contemporanea come Roma e sulla conseguente natura dei piani urbanistici a disposizione, anche in relazione alla conformazione della proprietà privata e della loro cogenza attuativa.

L'Italia Che Verrà

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