ROMA CAPITALE

Roma capitale e la frattura nazionale tra popolo e istituzioni

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Il 25 marzo del 1861, appena pochi giorni dopo la proclamazione del re di Sardegna a re d’Italia ‘per grazia divina e volontà della Nazione’, Cavour si rivolgeva alla Camera di Torino dicendo: ‘In Roma concorrono tutte le circostanze storiche, intellettuali, morali che devono determinare le condizioni della Capitale di un grande Stato: Roma è la sola città d’Italia che non abbia memorie esclusivamente municipali; tutta la storia di Roma, dal tempo dei Cesari ai giorni nostri, è la storia di una città la cui importanza si estende infinitamente al di là del suo territorio: è la storia di una città, cioè, destinata ad essere Capitale di un grande Stato. Senza Roma come Capitale, non si può fare l’Italia’.

Dal 2001 la qualifica di Roma come Capitale d’Italia è stata addirittura inserita in Costituzione. A Roma si concentra il potere ‘ministeriale’ dello Stato. Tuttavia, la crisi organica della città è uno specchio della più generale crisi del Paese: Roma è una Capitale che non fa ciò che tutte le capitali dovrebbero fare, ovvero dirigere la ‘vita nazionale’, innanzitutto la vita culturale ed intellettuale, formando una coscienza nazionale collettiva che possa essere abbracciata, nelle sue varie declinazioni, dal popolo-nazione.

Questa deficienza è tanto più grave in un Paese come l’Italia, il cui processo storico di unificazione ha avuto un esito intimamente debole e che, di conseguenza, si distingue per una ‘nazionalizzazione delle masse’ mai davvero portata a termine una volta per tutte. Oltre che per una frattura costitutiva dello Stato nazionale, pronta a riemergere ad ‘ondate’ successive nella storia di questo Paese, fra le masse popolari e le istituzioni.

La debolezza dell’unità nazionale deriva certamente, sul piano ideologico, dall’eredità umanistico retorica dei valori laici del Risorgimento, retaggio che non consentiva l’effettiva e convinta partecipazione della masse popolari alla vita dello Stato unitario; così come dal radicamento, soprattutto nelle masse contadine, del cattolicesimo polemico verso l’idea di nazione. E’ importante ricordarlo, per capire dove stia il problema storico fondamentale di questo Paese, ovvero nella frattura tra cultura e popolo. Frattura nella quale, non a caso, si sarebbe consapevolmente inserito il Fascismo. Nella distinzione, così tipica dell’intellettuale italiano, vezzoso e ‘letterato’, fra ‘scienza’ e ‘vita’ di vichiana memoria. Nella distinzione, al fondo, tra politica e cultura.

La elaborazione di una coscienza collettiva e nazionale richiede condizioni ed iniziative molteplici: condizione principale è la diffusione di un centro omogeneo di pensare e di operare. Questo è il compito di una Capitale intellettuale di un grande Stato. E’ un grave errore, ci dice Gramsci, pensare che tutte le classi elaborino la propria coscienza e la propria cultura allo stesso modo, cioè secondo i metodi degli intellettuali di professione. E’ un errore pensare che una idea chiara ed opportunatamente diffusa si inserisca nelle diverse coscienze con gli stessi effetti organizzatori di chiarezza diffusa.

Un centro omogeneo di cultura svolge un lavoro educativo-formativo, elabora una coscienza critica che poi promuove su una determinata base storica che contenga le premesse materiali per la sua elaborazione. Non si può fermare, dice Gramsci, solo alla enunciazione teorica ed astratta di principi chiari di metodo: bisogna invece sforzarsi di adattare ogni principio alle peculiarità diverse, sulla base reale, organizzando sempre ogni aspetto parziale nella totalità. Cosa significa? Significa che un partito politico deve concepire la propria azione politica innanzitutto come politica culturale, ovvero deve sforzarsi di tradurre in termini pedagogici e popolari l’indirizzo intellettuale formulato al livello filosoficamente più alto dal centro direttivo nazionale.

Se la frattura tra il popolo e le istituzioni è il grande problema della nazione italiana, allora riflettere su Roma, su quale apporto che i centri intellettuali più qualificati di cui la città dispone possano dare alla formulazione di un nuovo indirizzo politico-culturale nazionale e su come nuovi partiti debbano essere i vettori nazionali di tale indirizzo, credo sia la chiave di volta dell’intera questione. Non si può pensare di affrontare il problema di Roma se non inserendolo integralmente, organicamente, nel tentativo più ampio di rispondere alla domanda su cosa sia la nazione italiana oggi.

L'Italia Che Verrà

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