Roma Capitale

Roma e la sua Campagna

Shares Share

Che Roma sia una delle città più belle al mondo, se non la più bella è noto a molti. Che Roma sia il comune più agricolo d’Europa è noto a pochi. Ed è cosa non irrilevante nel tempo in cui l’agricoltura produttiva e multifunzionale diviene fonte occupazionale e di reddito soprattutto per le fasce più giovani della popolazione.

I dati evidenziano che la superficie complessiva comunale è di 1280.5Km2 pari 128.530 Ha. La superficie agricola totale (SAT) è di 57.959 Ha pari al 45% della superficie comunale. La superficie agricola utilizzata (SAU) ammonta a 43.271 Ha. In controtendenza rispetto ai dati provinciali (Tab.1). Circa 1/3 (ca. 15.000 Ha) di proprietà pubblica (Comune, Regione Lazio, Enti vari). Da sottolineare per ultimo che ca. 20.000 Ha dell’intera superficie utilizzata ricadono in zone protette legge 394/91 (Rete di Roma Natura, Riserva Statale del Litorale).

La particolarità di un così rilevante patrimonio pubblico discende da due fattori che hanno definito l’attuale scenario agricolo: da un lato la riforma fondiaria della Maremma Tosco Laziale e dell’O.N.C. (Opera Nazionale Combattenti) della fine anni ’40 inizio anni’50 con l’esproprio latifondistico e l’assegnazione delle terre, e dall’altro l’abnorme e caotica urbanizzazione degli anni 50-60. Questo è vero soprattutto nel quadrante Nord-Ovest della città ricompreso fra la Aurelia, Cassia, Flaminia e L’area Sud-Ovest tra la Pontina e il mare, dove insistono estese tenute e rilevanti reliquati agricoli.

STATO ATTUALE

La loro utilizzazione ad oggi presenta gravi carenze gestionali ed amministrative in una commistione tra proprietà fondiaria e gestione che genera diseconomie laddove esse convivono. Caso esemplare le aziende agricole di Castel di Guido (2100 Ha la più grande azienda agricola pubblica in Italia) e tenuta del Cavaliere di ca. 380 Ha. Di proprietà regionale, acquisite dal compendio del Pio Istituto S.Spirito, date in gestione al Comune. Le due aziende sono al collasso tecnico e finanziario.

Ci sono denunce penali per violazione delle norme sul benessere degli animali e la relazione al rendiconto 2016 di Roma capitale evidenzia alla sezione 1AA (aziende agricole) un disavanzo di €. 2.336.177 derivante da entrate pari a €. 812.299 e spese ammontanti a €. 3.148.476.(tab.2). Sono in corso da anni trattative fra le amministrazioni per porre riparo a tale catastrofica situazione. Esse sono nell’agenda del tavolo di lavoro aperto presso il M.I.S.E. per Roma Capitale.

Ad esclusione di ca. 200 Ha di proprietà di Roma Capitale inseriti nel contesto cittadino e gestiti in modo vario, la regione ha in carico il resto delle terre pubbliche nel territorio comunale; tali terreni sono inseriti nei parchi agrosilvopastorali della rete Roma Natura. Poche sono state le assegnazioni e tutte risalenti a metà degli anni ’70, quando il bracciantato agricolo messo in crisi dall’avanzata della meccanizzazione occupò terreni della ex riforma fondiaria. Infatti oggi solo le realtà di Agricoltura Nuova (260 Ha) nell’area di Decima Malafede e di Cobragor (40 Ha) nell’area dell’Insugherata, nate in quegli anni, sono esempi virtuosi di agricoltura biologica e multifunzionale. Da qualche anno la regione e il Comune, sull’abbrivio di un rinnovato interesse per l’attività primaria, hanno messo in agenda l’assegnazione di terre attraverso bandi di evidenza pubblica.

Nel 2011 Roma Capitale metteva a bando 4 lotti di terreno con superficie media di 25 Ha. (Cervelletta, Radicicoli, Tor de’Cenci, Borghetto S. Carlo) da assegnare prioritariamente <a giovani agricoltori professionali under 40, al fine di frenare l’abbandono da un lato e il consumo del suolo dall’altro e di incentivare lo sviluppo di aziende agricole multifunzionali integrate nell’attività produttiva della capitale>: Tale iniziativa si è arenata nelle secche burocratiche-amministrative della macchina comunale. Stessa sorte, per ora, hanno avuto i tentativi della Regione per i compendi di Mazzalupetto-Quarto degli Ebrei nei pressi di La Storta.

Inoltre è da evidenziare, dall’inizio del nuovo millennio, una crescente attenzione verso una cultura, già diffusa in Francia e Nord-Europa, della valorizzazione dell’agricoltura urbana[1] e agricoltura periurbana[2]

Tali sensibilità hanno trovato la loro cornice giuridica nel Reg. CE 1698/05 che le definisce come aree rurali a rischio, nel più complessivo ridisegno dello sviluppo economico che individua nello stato di salute ambientale e l’arresto del consumo del suolo fra gli assi portanti dello sviluppo sostenibile (Agenda 2030)

La gestione delle risorse agroforestali deve svolgere un ruolo fondamentale per la salvaguardia del territorio e del miglioramento della qualità della vita urbana.

Infatti la copertura arborea svolge un’azione di intercetto sull’acqua piovana rallentandone la velocità di caduta evitando il compattamento del suolo con riduzione dello scorrimento superficiale dell’acqua prima causa di eventi calamitosi. Da aggiungere che la presenza di vita vegetale è fondamentale per la formazione di sostanza organica nel suolo. Essa ha la funzione importante nella cattura (carbon sequestration) della anidride carbonica nell’aria e il suo stoccaggio nel terreno (carbon sink).

Funzione fondamentale atteso che il livello di CO2 (gas effetto serra) è cresciuto del 150% rispetto all’era preindustriale ovvero prima del 1750 (cfr. Organizzazione Meteorologica Mondiale).

Si è ormai ampiamente consapevoli che l’utilizzo multifunzionale degli spazi urbani e periurbani ha una valenza significativa e possa venire incontro a nuovi bisogni e esigenze, sommando al compito tradizionale dell’agricoltura, una funzione sociale (agricoltura terapeutica, per anziani), una educativa (fattorie didattiche), la conservazione del paesaggio agrario in un contesto prevalentemente urbano, la conservazione di biodiversità animale e vegetale, oltreché attività produttive contigue come l’agriturismo.

Quello che viene definito agricivismo cioè l’attività agricola in zone urbane per migliorare la vita civica e la qualità ambientale e paesaggistica, rappresenta un approccio spontaneo e bottom-up per rispondere a tali fabbisogni oltre che innescare la sensazione di una maggiore sicurezza con la presenza di persone che si assumono l’impegno di accudire spazi vuoti e degradati. Esempi di tale genere sono ampiamente diffusi in Nord Europa e città come Milano, Bologna, Ferrara dove sono anche presenti gruppi di acquisto solidali per i prodotti orticoli ottenuti da tali aree.

Nella nostra città ci si è fermati alla deliberazione n°38 del 17.7.2015< Regolamento per l’affidamento in comodato d’uso per la gestione di aree verdi di proprietà di Roma Capitale compatibili con la destinazione di orti urbani>. Tale atto discendeva da dati del censimento comunale 2006 pubblicato nel 2012 evidenziava la presenza di ca. 90 Ha presenti nella città.

La rilevante parte dei siti censiti sorgeva in aree non idonee, quali argini di fiumi, sedime ferroviario, fossati e pertanto sono stati interdetti. A ciò si aggiunge l’erraticità del loro insediamento connesso alla presenza di abusivismo e la conseguente rivendicazione della proprietà da parte del legittimo avente diritto.

Ad oggi tranne casi sporadici (Associazione acqua, sole, terra, Orto solidale S. Caterina, Associazione di Forte Bravetta) l’interesse pubblico per gli orti urbani sembra marginale o addirittura assente sovrastato dai gravi problemi che assediano Roma Capitale. Se ne ha conferma nel rapporto statistico 2015 della ragioneria generale ufficio, pubblicato nel febbraio 2017 < le aree protette e il verde urbano di Roma Capitale> che non reca riferimento alcuno agli orti urbani (tab.3).

Maggiore e più significativa rilevanza assumono le terre acquisite a patrimonio dalla regione come trasferimenti dai disciolti Enti di riforma fondiaria e distribuite quasi totalmente oltre la cintura del G.R.A.

In tale ambito, oltre alle citate aziende di Castel di Guido e Tenuta del Cavaliere, insistono numerose aziende agricole gestite da imprenditori agricoli (ca.2000) di piccole dimensioni (oltre il 50% hanno superficie < 5Ha.) La preponderante parte di tali realtà ricade in aree protette, e pertanto le attività svolte risultano essere a basso impatto ambientale con ridotto apporto di input chimici e di fitofarmaci.

L’indirizzo gestionale di tali aziende si orienta sempre più verso la multifunzionalità, così come definita da Agenda 2000 (strategia Lisbona, Goteborg) e pertanto l’agricoltura <oltre alla funzione di produrre cibo, può anche disegnare il paesaggio, proteggere l’ambiente e il territorio, gestire in maniera sostenibile le risorse, garantire la sicurezza alimentare……>, ovvero l’azienda differenzia la  sua capacità produttiva orientandola su gamme diverse quali prodotti tipici e biologici, vendita diretta, ampliando il ventaglio delle attività in un contesto non esclusivamente agricolo (turismo rurale, gestione del paesaggio rurale) , la tutela della biodiversità,   funzione fondamentale per la conservazione degli ecosistemi.[3]

La crescita  di agriturismi, di Farmers market, , di aziende a filiera corta (erroneamente definite a Km 0 ), fattorie didattiche,  di attività volte alla gestione turistica di spazi verdi, boschi paesaggistici danno conto, unitamente all’ incremento della superficie coltivata registrato negli ultimi anni, che l’imprenditoria di Roma Capitale ha rivolto il suo sguardo verso gli scenari definiti dagli orientamenti della politica agraria comunitaria, volti a privilegiare gli aspetti qualitativi dell’attività agricola.

PROSPETTIVE

L’istituzione pubblica, i cui beni fondiari sono distribuiti a macchia di leopardo nel contesto agricolo comunale, dovrebbe porsi come policy maker di questo innovativo modo di fare agricoltura che, nel contesto metropolitano, può beneficiare di un bacino clienti-utenti potenzialmente molto alto; infatti l’offerta multifunzionale può mettere a riparo le aziende da crisi congiunturale dei mercati e/o da cattivi andamenti dei raccolti.

Per favorire e rafforzare questo spazio urbano-rurale occorre creare un modello che interconnetta e relazioni gli spazi urbani-rurali.

A ciò debbono servire i beni pubblici con il duplice obiettivo:

  1. di sperimentare e validare nuove proposte tecniche al fine di intraprendere cicli di apprendimento e consapevolezza capaci di coinvolgere una platea estesa con diverse competenze ed esigenze. Fondamentale il raccordo con il variegato mondo del terzo settore, delle strutture scolastiche a vario livello, il mondo del volontariato e il mondo giovanile interessato a una formazione agronaturalistica, al fine da fungere da attrattore per la conoscenza, divulgazione e disseminazione di best practices che raccordino città e campagna, promuovendo la crescita della consapevolezza di una gestione equilibrata delle risorse naturali, utilizzando all’uopo risorse fondiarie e personale tecnico, largamente disponibile.
  2. di assegnare, attraverso bandi di evidenza pubblica, terreni a imprenditori agricoli che si impegnano a rispettare i parametri di sostenibilità agroambientali e di multifunzionalità agricola.

In una parola si tratta di capovolgere la logica della conservazione (degrado) dell’esistente, proponendo invece la messa a reddito sociale ed economico del patrimonio.

Un ultimo elemento da considerare, che pare non sufficientemente valorizzato attiene alla presenza a Roma delle tre agenzie ONU che si occupano  di alimentazione ed agricoltura nel mondo  F.A.O. I.F.A.D.  e W.F.P. Esse disegnano le realtà, i bisogni, le difficoltà, le prospettive di agricolture diverse che rappresentano fonte di vita e di lavoro per milioni di esseri umani.

Roma, oltre a rappresentare la sede amministrativa ed operativa  di tali organizzazioni, può aspirare a essere protagonista della formazione ed aggiornamento dei suoi quadri tecnici per quanto attiene la diffusione di pratiche agricole volte a una maggiore tutela del suolo, metodi di coltivazione atte a ridurre gli apporti irrigui, la conservazione della biodiversità animale e vegetale, la selezione di sementi adatte ai vari climi, la conservazione di germoplasma riferibile ai vari areali mondiali.

Le superfici disponibili ancorché dotate di pertinenze rurali, ovviamente da ristrutturare, le condizioni climatiche assimilabili  a significative aree geografiche ricadenti nelle zone d’intervento delle Nazioni Unite , l’apporto tecnico dell’Università della Tuscia e soprattutto dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo con la sede tecnica di Firenze, che ha assorbito il gloriosissimo Istituto Agronomico d’Oltremare con le sue eccellenze scientifiche e tecniche nel campo dell’agricoltura tropicale e sub-tropicale rendono praticabile l’ipotesi di un campus di formazione per agrotecnici, agro economisti, agrobiologi di ogni continente da  formare e/o aggiornare.

Un sogno? Probabile.

Però questa città ha diritto di sognare e di pensare in grande.

Un nuovo rinascimento deve porsi obiettivi ambiziosi, attingendo a un rinnovato civismo fatto di passione, cultura e professionalità in grado di mobilitare e valorizzare risorse che giacciono inespresse. Roma agricola è il paradigma di tale asserzione. La valorizzazione delle terre pubbliche rappresenta uno dei tasselli, e non trascurabile, di un percorso della rinascita della città e del suo agro. Ma occorre prioritariamente ricreare una forte sensibilità istituzionale, oltre che una autorevolezza amministrativa e politica.

Una realtà così complessa, così articolata, per ciò che essa rappresenta in Italia, e non solo, non si può permettere una tale frammentazione decisionale. Per il ruolo che la città è chiamata a svolgere, per la peculiarità del suo territorio, per la sua estensione territoriale, per la varietà e per la complessità dei suoi paesaggi occorre una particolare attenzione istituzionale che solamente il governo di Roma Capitale può avere.

Questo è vero anche per sua vocazione agricola.


 

[1] Intendendosi per A.U. < le aree urbane coltivate, ma anche abbandonate, libere, non destinate ad edificazione che possono essere utilizzate per praticare agricoltura cfr. F.A.O.>

[2] Per A.p.U.<aree agricole alla periferie delle città, oggetto di profonde e rapide trasformazioni causate dalla pressione antropica, con conseguente aumento dei prezzi della terra e intensificazione dei processi produttivi cfr. F.A.O.>

[3] La diversità genetica (biodiversità) rappresenta il serbatoio della variabilità genetica acquisita nel corso dei millenni dall’intero universo vivente. Essa rappresenta la disponibilità di DNA ricombinante che l’individuo ha a disposizione per adattarsi alle variazioni dell’ambiente circostante. E’ la ricchezza genica che si spende per assicurare la vita dell’individuo e della sua specie. Quando si parla di una pluralità di specie animali e/o vegetali che convivono in uno stesso areale ci si riferisce a un ecosistema.Se si pone mente all’accentuazione delle variazioni climatiche dell’ultimo mezzo secolo, al progressivo depauperamento di specie animali e vegetali perché non rispondenti ai sempre più esigenti standard produttivi, alla concentrazione nelle mani di gigantesche companies della produzione e commercializzazione del materiale riproduttivo vegetale ( Bayer, DuPont e ChemChina  controllano il 63% del mercato mondiale delle sementi) che utilizzano tecniche in cui la variabilità genetica viene significativamente ridotta. Si comprende come la perdita di variabilità possa avere conseguenze drammaticamente negative soprattutto le specie vegetali sottoposte a stress genici per i mutamenti climatici ed ambientali del loro habitat. L’attenzione scientifica e civica verso specie a rischio di erosione genetica è un modo per preservare gli ecosistemi di cui noi, esseri umani, ne facciamo intimamente parte.

 

TABELLA 1

Fonte: ISTAT Censimento dell’agricoltura del 2000 e 2010

TABELLA 2

(fonte: relazione al rendiconto 2016 Roma Capitale)

TABELLA 3

Leave a Reply